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NON È POI LA FINE DEL MONDO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Cast
 
 
 
 
 


 
Musiche
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Approccio inusuale e poco retorico a una condizione complessa, in una storia che evita gli stereotipi e coinvolge in modo duraturo.

Contro


Il rifiuto di un taglio più esplicito e diretto, così come la durata piuttosto contratta dell’intero spettacolo, potrebbe lasciare perplessa una parte del pubblico.


In breve

Un incontro casuale, su un aereo di ritorno da Parigi. Lui è un medico strambo, asociale, apparentemente disinteressato, se non infastidito, dal contatto umano; lei è un’artista piena di vita, che subito vede qualcosa in quest’uomo fuori dagli schemi. I due si reincontrano poco dopo, su uno dei tanti palcoscenici calcati dalla donna, in una precarietà esistenziale che però non impedisce, anzi stimola, e invoglia, a sognare. L’amore, contro ogni previsione e malgrado tutte le difficoltà, sboccia fecondo, autentico. I due mondi, così distanti, entrano spessissimo in collisione, ma una semplice carezza sembra poter conciliare e appianare tutto. Fin quando, a un certo punto, la coppia non si troverà di fronte alla sfida più dura.

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Posted 25 aprile 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Sono passati appena due mesi da quando Francesca Bruni e Simone Buffa hanno portato per la prima volta in scena, a Roma, il loro spettacolo Non è poi la fine del mondo, riscuotendo un buon risultato sul palco del teatro Petrolini. In quell’occasione, la rappresentazione si svolgeva in corrispondenza con la Giornata mondiale della Sindrome di Asperger, che ricorre il 18 febbraio; stavolta, siamo a ridosso delle tante iniziative che hanno accompagnato la Giornata per la consapevolezza sull’autismo, che è caduta a sua volta il 2 aprile. Il carattere “sociale” della piéce di Bruni e Buffa è sempre presente tra le sue pieghe, ma mai esplicito o urlato: l’autismo del protagonista maschile non viene mai direttamente menzionato, eppure è lì, annunciato nel modo più neutro possibile, come una delle tante possibili condizioni umane.

Su un palco scarno quanto astratto, i cui motivi scenografici rappresentano efficacemente un mondo che è la sintesi (e il completamento) di quelli interiori dei due protagonisti, si dipana una love story atipica come l’amore che esplode tra i due, in un’impostazione che si poggia prevalentemente sulle prove dei due attori/ideatori. Prove che, è bene dirlo, non sono affatto disgiunte dall’elemento sonoro e musicale (i numeri canori di Francesca Bruni sono presenti lungo tutto lo spettacolo) né da quello visivo, poggiato anche sulla corporeità obliqua di un Simone Buffa che mostra da subito l’approccio giusto al personaggio. Il mondo esterno, più volte evocato nella storia, è lì, a un passo: gli spettatori, per esperirlo, sono chiamati a fare lo stesso esercizio immaginativo (diremmo creativo) che i due personaggi, in modo diverso e complementare, hanno fatto creando il loro rapporto.

PRO

Questo Non è poi la fine del mondo ha il pregio di trattare in un modo assolutamente nuovo (non solo per quanto riguarda il palcoscenico) una condizione complessa e multiforme come quella della Sindrome di Asperger, evitando in modo consapevole qualsiasi retorica; men che meno lasciandosi andare agli stereotipi o a inesistenti (per fortuna) derive buoniste. Quelli che vediamo sono due mondi di uguale e complementare dignità, capaci di collidere come di incastrarsi in modi nuovi e insperati, e di vivificarsi reciprocamente. La loro somma rappresenta qualcosa di più, e di diverso, dall’usuale sintesi di estro e razionalità di tante storie analoghe: crea piuttosto un mondo nuovo, a ben vedere, quello di una comunicazione unica, che vive proprio di collisioni e rimodellamenti. Un mondo ben rappresentato sia dall’ottima, “mimetica” prova di Buffa (che non carica – ed è un bene – mimica facciale e stereotipie, ma lascia fluire in modo naturale l’esteriorità della condizione) e dalla fisicità e vocalità di una Bruni che quasi si confonde, spesso sovrapponendosi, col suo doppio sul palco. A questo incontro così peculiare, con le sue derive e deviazioni oniriche (e l’incertezza del suo esito) si assiste certo con genuina partecipazione.

CONTRO

L’ottima piéce di Bruni e Buffa potrebbe lasciare perplessi quegli spettatori che si aspettassero una trattazione più esplicita sui temi dell’autismo, o una love story (pur con il suo portato atipico) dal taglio più classico. I non detti, le asperità appena suggerite, l’importanza di ciò che resta fuori dal nostro campo visivo, sono qui parte integrante (e fondamentale) dello spettacolo. Un altro elemento che potrebbe generare perplessità (ma non necessariamente delusione) è la durata contratta dell’intero spettacolo (circa un’ora, pausa compresa), specie laddove si sia abituati a narrazioni temporalmente più estese.

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Marco Minniti

 
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