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NON AVER PAURA… È SOLO UNO SPETTACOLO

 
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Scheda
 

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Cast
 
 
 
 
 


 
Musiche
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
2 total ratings

 

Pro


Intelligente nel suo dichiarato carattere di riflessione teorica e “ludica”, capace di sfruttare al meglio la fisicità dell’arte teatrale così come le sue varie contaminazioni.

Contro


Ci si sarebbe potuto aspettare, forse, uno spettacolo ancor più “partecipato” e sperimentale.


In breve

La voce e la presenza dell’attore Gianni Garko introducono una riflessione su una delle emozioni più antiche e basilari dell’essere umano: la paura. Dopo aver illustrato le varie tipologie di paura che l’uomo può sperimentare, ed averne sviscerato le diverse fasi (spavento, terrore, orrore) Garko introduce tre storie ambientate in un Belpaese molto meno lucente e solare di come viene spesso raccontato. Nella prima, ambientata nella Torino contemporanea, una baby sitter lasciata sola a custodire un neonato viene minacciata da un’oscura presenza. Nella seconda, che si svolge nella Roma degli anni ‘40, un piazzista di statuine sacre scopre un inquietante segreto all’interno della pensione in cui alloggia. Nella terza storia, ambientata nella Venezia dei primi anni ‘80, il custode notturno di una collezione di sculture apprende un agghiacciante evento legato agli oggetti che sta custodendo. Tra l’una e l’altra storia, la voce di Garko riflette sulle paure evocate dalle tre storie, e su quanto poco rassicurante possa diventare un luogo apparentemente inoffensivo, come la sala di un teatro…

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Posted 27 aprile 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Se è vero che le storie di fantasmi, creature e presenze sovrannaturali rappresentano tutt’altro che una novità per l’arte teatrale, andando invece a nutrire una tipologia di racconto (quello gotico) che ha trovato spesso sul palcoscenico un suo ideale luogo di rappresentazione, è anche vero che raramente, in passato, si era tentato un esperimento teatrale dalla portata così “teorica” sull’emozione della paura. Proprio da questa idea, e da una riflessione metatestuale su una delle emozioni più dirette e universali dell’uomo, muove questo Non aver paura… è solo uno spettacolo, scritto e diretto dallo spagnolo Eduardo Aldán, già portato sul palcoscenico in Spagna, Messico e Portogallo. Una piéce emblematicamente nata in un luogo che l’immaginario collettivo riconosce come “solare”, e rappresentata in contesti (quelli latini) altrettanto legati, nel senso comune, a una generica idea di lucentezza. Lo scopo, dichiarato, è proprio quello di rovesciare i preconcetti e i luoghi comuni legati all’emozione della paura.

Proprio da un’operazione, squisitamente teorica, di continuo rovesciamento, di “gioco” coi luoghi comuni teso a coinvolgere direttamente lo spettatore (e le sue modalità di ricezione del testo) muove lo spettacolo approdato ora a Roma, sul palco del Teatro Ghione. Le tre storie messe in scena, reambientate in tre diversi contesti spaziali e temporali del Belpaese (la Torino contemporanea, la Roma degli anni ‘40, la Venezia degli ‘80) replicano sul palcoscenico il format dell’horror a episodi, che tanta fortuna ha avuto sul grande schermo: ma l’obiettivo esplicito dello spettacolo è quello di provare che, in un luogo apparentemente deputato ad altre tipologie di emozioni (la sala teatrale), l’evocazione della paura è non solo possibile, ma addirittura potenzialmente più efficace. Per dimostrare tale tesi, il moderno “cerimoniere” Gianni Garko inframezza le tre storie con immagini, filmati ed esperimenti tesi a coinvolgere lo spettatore, fuori e dentro il palco, con lo scopo di evocare disagio stimolando l’intera gamma sensoriale, e sfruttando al meglio la tridimensionalità e la fisicità tipici dell’arte teatrale.

Trailer:

PRO

Quello di Aldàn (già attore e personaggio televisivo di successo in Spagna) è un esperimento certo interessante, che nella sua natura “ludica” (termine che, in sé, non indica affatto inconsistenza) apre riflessioni tutt’altro che banali su un’emozione universale, e sui diversi modi per stimolarla. Il “gioco” metatestuale è esplicito e manifesto, così come la volontà di smontare i luoghi comuni legati alla paura, alla sua essenza autentica così come alla sua versione preconfezionata (deprivata di qualsiasi vera efficacia) che certi prodotti della cultura di massa hanno trasmesso negli ultimi decenni. Il dialogo col testo, e l’interlocuzione allo spettatore, sono diretti e continui, mentre funzionano bene gli espedienti (che evitiamo di rivelare) tesi a portare lo spettacolo fuori dai confini del palco, coinvolgendo in diversa misura (e con modalità diverse) la platea. In questo senso, intelligente si rivela la gestione della luce e del buio (sia nella messa in scena delle tre storie, sia negli intermezzi); così come l’utilizzo, in chiave più che meramente ornativa, dei linguaggi del cinema e della fotografia, a combinare il carattere “meticcio” e contaminato di certo teatro moderno con la fisicità, qui più che mai necessaria, del palcoscenico, dei suoi protagonisti e dei suoi oggetti.

CONTRO

La curiosità naturalmente evocata dalla presentazione dello spettacolo, a partire dalla sua locandina, lasciava presagire forse qualcosa di maggiormente partecipato e sperimentale. Le tre storie, prese singolarmente, funzionano e risultano d’effetto, ma si poteva forse osare di più proprio negli intermezzi, negli effetti extradiegetici tesi a coinvolgere direttamente il pubblico, nello sfruttamento della fisicità del palcoscenico (e nel superamento dei suoi confini) con lo scopo di evocare paura. Si ha l’impressione che, in uno spettacolo che aveva il dichiarato obiettivo di includere nel suo corpo (e quindi nella sua stessa riuscita o meno) il suo terminale ultimo, non si abbia avuto il coraggio di andare fino in fondo, portando la paura direttamente in platea, giocando con più continuità con i nervi dello spettatore. Allo stato attuale, questo Non aver paura… è solo uno spettacolo resta un gradevole esperimento che mescola il teatro classicamente narrativo con alcune apprezzabili (ma abbastanza isolate) intuizioni di carattere sperimentale.


Marco Minniti

 
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