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GIRO DI VITE

 
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In breve

Inghilterra, fine ‘800. La giovane miss Giddens accetta un’offerta di lavoro proveniente da Londra, da parte di un ricco uomo d’affari: il lavoro consisterà nel prendersi cura dei due nipotini dell’uomo, Miles e Flora, da poco rimasti orfani. L’incarico dovrà essere svolto a Bly, nella lussuosa dimora di campagna di proprietà dell’uomo. Questi fa all’istitutrice una precisa richiesta: sarà lei ad occuparsi in toto della cura dei due bambini, e in nessun caso lui dovrà essere contattato. Giunta sul posto, miss Giddens fa la conoscenza della piccola Flora e poco dopo di Miles, di ritorno dal collegio: il ragazzino, per una ragione non chiara, è stato appena espulso dalla scuola. La donna viene inoltre a sapere dalla sigora Grose, governante, che la precedente istitutrice Jessel è morta in circostanze misteriose; così come Peter Quint, maggiordomo di dubbia fama e suo amante. La visione ripetuta di due sinistre figure, che sembrano corrispondere alle fattezze di Jessel e Quint, getta la donna nel panico: miss Giddens è infatti convinta che i due individui siano tornati nella casa nelle vesti di fantasmi, per appropriarsi delle anime di Miles e Flora.

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Posted 14 febbraio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Romanzo breve scritto a fine ‘800, annoverato a ragione tra i capolavori della narrativa gotica, Il giro di vite di Henry James ha attraversato le epoche ed è sopravvissuto alle mode, inquietando ed appassionando lettori di varie generazioni, e dando origine alle più svariate trasposizioni sugli altri media (dal cinema alla televisione fino al fumetto). La storia di James, pregna di una plumbea atmosfera sospesa tra realtà e incubo, si presta tuttora a molteplici letture di carattere psicoanalitico (non va dimenticato che il fratello dell’autore, William James, fu affermato psicologo), centrandosi su misteri e fantasmi dell’infanzia, e andando anche ad evocare temi scabrosi (e decisamente in anticipo sui tempi) quale quello della pedofilia.

Nel solco di una storia che è quindi, per sua natura, “senza tempo”, arriva ora a calcare il palco del Teatro Trastevere (dal 7 al 12 febbraio) l’adattamento firmato dalla regista Vittoria Citerni di Siena e del suo collaboratore, Diego Pornaro. La versione del romanzo di James allestita nel teatro romano vede la presenza di una voce narrante che illustra gli eventi e la loro progressione (quella dell’attore Alessandro Giova, alter ego dello scrittore); presentando una scenografia d’interni che, con poche modifiche, fa da sfondo all’intero spettacolo, a raffigurare i vari locali della dimora. Un ambiente unico che viene di volta in volta trasfigurato dalle luci e dal buio prodotti dal sapiente comparto illuminotecnico, ad ospitare un’azione che sovente si sposta verso la platea, fino a lambire (con effetti tutt’altro che rassicuranti) lo stesso spazio degli spettatori.

PRO

Da una storia di grande suggestione e complessità, che fa dell’ambiguità (di senso e di svolgimento) la sua principale cifra stilistica, la compagnia del teatro romano trae un allestimento fedele nello spirito, che si preoccupa principalmente di rendere l’atmosfera (e nei limiti possibili, il coté visivo) del racconto originale. Più che in una scenografia che, nel riprodurre le varie stanze della dimora, demanda molto alla collaborazione immaginativa dello spettatore, è nel suggestivo gioco di chiaroscuri, nell’alternanza tra il buio e la luce, nell’intelligente giocare della regia con i margini del campo visivo (e con le forme indistinte, ma vive, lasciate sullo sfondo rispetto all’azione principale) la principale, e feconda, fonte di fascino di questo spettacolo. All’uso parco, ma efficace, di alcuni espedienti visivi e auditivi, atti a suscitare quello che al cinema chiameremmo “salto sulla sedia”, si aggiunge il buon comparto musicale firmato da Pierpaolo Lucca; con composizioni che si rivelano totalmente in linea con l’atmosfera gotica, pregna di ambiguità e inquietudine, dell’intera storia.

CONTRO

Una storia come quella di James, breve ma straordinariamente densa, soffre un po’ del passaggio sul palcoscenico laddove l’adattamento (specie nella sua parte iniziale) fa un uso un po’ troppo spregiudicato dell’ellissi narrativa. Nella prima metà dello spettacolo, troppo si rivela demandato alla voce narrante, in particolare nella limitatissima presenza in scena dei due piccoli protagonisti. In questo modo, l’empatia e la confidenza dello spettatore con i corrispondenti personaggi (centro tematico dell’intera storia) vengono inevitabilmente sacrificate. Qualche perplessità può inoltre suscitare la scenografia, forse eccessivamente statica per la messa in scena di una storia che così tanto basa sulla suggestione degli ambienti: poiché lo spettatore viene sovente chiamato (inevitabilmente) ad aggiungere una componente di immaginazione alla ricostruzione degli ambienti, ci si domanda se non sarebbe stato forse il caso di operare una scelta più radicale, nel segno della totale astrazione. È inoltre da rivedere l’interazione, in scena, tra le due protagoniste principali Laura Nasoni e Paola Bardellini, mentre i due giovanissimi (ed espressivamente efficaci) Gabriele Scopel e Sofia Mongelli rivelano di avere ancora qualcosa da migliorare dal punto di vista della dizione.

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Marco Minniti

 
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