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DIALOGO DI UNA PROSTITUTA CON UN SUO CLIENTE

 
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Scheda
 

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Regia
 
 
 
 
 


 
Cast
 
 
 
 
 


 
Musiche
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
4 total ratings

 

Pro


Problematico, essenziale ma affascinante, con suggestive aperture oniriche.

Contro


Da migliorare l'affiatamento tra i due protagonisti. La breve durata può lasciare perplessi alcuni spettatori.


In breve

Manila è una prostituta fuori dagli schemi: vuole scegliere, decidere per sé stessa, a chi vendere il proprio corpo e come, chi desiderare e con che modalità. Il suo cliente, invece, è un tipico figlio della borghesia anni ’70: pieno di inibizioni e schemi mentali, dal destino preordinato, ipocritamente legato ai valori della famiglia, desideroso di un altro che non riesce neanche a nominare. Il loro incontro non può che diventare uno scontro. Lei è cinica e lo vede come un acquirente qualsiasi, mediamente meno interessante di altri; lui, invece, scorge in lei quell’ideale femminile che finora gli è stato negato, ma che inconsapevolmente ha sempre inseguito. Nella sua costruzione autoreferenziale, si convince di doverla proteggere, curare, aiutare a trovare quell’amore che non sa di inseguire. L’incontro/scontro tra i due farà in modo che i rispettivi mondi, lentamente ma inesorabilmente, inizino a crollare.

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Posted 9 dicembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Walter Manfrè, regista figlio degli anni ’70, ha messo in scena con questo Dialogo di una prostituta con un suo cliente (al Teatro Brancaccino di Roma, dal 3 al 6 dicembre) un testo interamente calato nell’atmosfera di quegli anni: anni della seconda ondata femminista, di persistenza (e lenta degenerazione) di un ’68 che in Italia era arrivato in ritardo. Anni di speranze e contraddizioni, delle legislazioni sul divorzio e l’aborto, del lento affrancamento dal giogo di una morale che affondava le sue radici in un passato remoto, e in un sentire atavico. In un setting claustrofobico, con un linguaggio che scuoteva le certezze (filosofiche ed estetiche) di quegli anni, Dacia Maraini scriveva un testo che rifletteva sul femminismo e sullo statuto della femminilità del tempo, sulla ricerca dell’individualità e sui sempre presenti stereotipi. Ragionando su un’idea di libertà (e di liberazione) che si nutriva di suggestioni utopiche ma poi finiva per bagnarsi dell’humus di una società ancora intimamente conservatrice.

In questo suo allestimento, Manfrè fa dialogare il testo della scrittrice con le immagini del film La città delle donne di Federico Fellini, a ribadire un’ideale continuità tra testi (appartenenti a medium diversi) che indagano sullo stesso tema. E non è un caso la somiglianza fisica tra il Marcello Mastroianni del film e il Mauro Racanati che interpreta il protagonista: entrambi stupiti testimoni di un universo di difficile approccio, protagonista di una liberazione che ha lasciato rottami, contraddizioni ma ben poche certezze.

PRO

Crudo, claustrofobico, fotografia spietatamente realistica di un’evoluzione del costume che non esclude problematici squarci onirici: il testo della Maraini, a oltre un quarantennio dalla sua scrittura, continua a esercitare il suo fascino e a interrogare sui suoi temi. L’allestimento di Manfrè rispetta l’essenzialità scenografica chiesta del testo, e fa un uso delle luci limitato ai pochi frammenti in cui si rivelano necessarie. Vincente si rivela l’idea del regista di inframezzare le scene con le immagini del film di Fellini, contrappunto ma anche primo compendio (era il 1980) di una “liberazione” di cui si poteva iniziare a tirare le somme. L’alternanza e il dialogo tra le scene recitate e quelle filmate dà forza alla componente onirica dello spettacolo: sottolineata in monologhi in cui i due protagonisti si astraggono dall’azione rivolgendosi a uno spettatore che incarna il loro inconscio, in una sorta di stream of consciousness che fa emergere le pulsioni autentiche sotto le maschere (multiple) dei due personaggi. L’abilità recitativa (malgrado l’affiatamento da perfezionare) dei due protagonisti Mauro Racanati e Rossana Bellizzi dà consistenza a un’operazione essenziale nella concezione, quanto complessa nelle implicazioni.

CONTRO

Alla loro prima prova insieme, i due attori devono ancora, probabilmente, trovare la giusta chiave di interazione. Si avverte, in molti dei dialoghi, una certa tensione e una scarsa fluidità d’insieme, che fatalmente si riverbera sulla resa scenica. Si può inoltre sottolineare che gli amanti di un teatro dalla fattura “classica”, e puramente narrativa, rimarranno probabilmente perplessi dalla struttura frammentata del testo, nonché dalla lettura spregiudicata (e contaminata con il cinema) che il regista ha voluto darne. Va inoltre ricordata la breve durata dello spettacolo (circa 45 minuti) che può parimenti lasciare interdetto il pubblico che non ne sia a conoscenza.


Marco Minniti

 
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