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YOUTH -LA GIOVINEZZA

 
youth la giovinezza
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Scheda
 

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Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Visivamente elaborato e accattivante, messa in scena sontuosa, grandi prove attoriali.

Contro


Sorrentino continua a girare intorno agli stessi temi, e a metterli in scena in modi sostanzialmente simili.


In breve

Fred e Mick sono due amici di vecchia data, entrambi ottantenni, entrambi baciati dal successo nelle rispettive vite professionali: il primo è un famosissimo compositore e direttore d’orchestra, ora in pensione, il secondo un regista tuttora in attività, che sta scrivendo il film che dovrà essere il suo testamento artistico. I due si ritrovano in un hotel ai piedi delle Alpi svizzere, per trascorrere una breve vacanza primaverile: la vicinanza reciproca, l’isolamento del luogo, e il contatto con alcuni altri ospiti della struttura (tra questi, un giovane attore, una star dei reality, e un ex campione di calcio) daranno ai due l’occasione di riflettere sulla propria vita, sul proprio passato, sui rispettivi errori e successi, e su un futuro che appare assai nebuloso. Futuro che bussa alla porta di Fred, nella persona di un emissario della corona inglese che vorrebbe convincerlo a dirigere per un’ultima volta, per un concerto da tenersi a Buckingham Palace; e che non cessa di tormentare Mick, nell’incapacità di trovare un finale adeguato per il suo nuovo film.

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Posted 21 maggio 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo l’Oscar, e l’autentica ubriacatura di elogi internazionali per La grande bellezza, il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino era più che mai oggetto di curiosità. Una curiosità che era incentrata soprattutto sulla strada che avrebbe preso ora il regista italiano, dopo un riconoscimento che lo ha trasformato (suo malgrado) in uno dei principali portavoce del nostro cinema all’estero, contribuendo a portarlo in concorso a Cannes insieme ai colleghi Garrone e Moretti. La risposta, dopo la visione di questo Youth – La giovinezza, appare abbastanza lampante: Sorrentino continua a perseguire una sua personale strada, a toccare e sviscerare i suoi temi prediletti (la memoria, il passato, il peso delle scelte), a costruire pezzo per pezzo il suo universo autoriale, incurante tanto degli elogi quanto delle critiche. Una perseveranza, in quella che è una poetica definita, unica e riconoscibilissima, che lo porta qui a restare ancora lontano da una narrazione in senso classico: come il film precedente, Youth vive di una traccia narrativa che è un susseguirsi di eventi apparentemente casuali, una galleria di personaggi, facce e corpi, di incontri e scontri che compongono la singolare vicenda dei due protagonisti. In mezzo, il confronto col passato e coi suoi protagonisti, vivi e morti, coi fantasmi che non vogliono saperne di essere sepolti, e le persone in carne ed ossa che restano a chieder conto delle scelte fatte; nonché la ricerca di un senso nell’amicizia, nelle parole dette come in quelle taciute. Su tutto, un tempo sospeso, in un non-luogo che forse fungerà da teatro di una parentesi rigenerante, o forse diverrà, piuttosto, l’anticamera della definitiva uscita di scena. In punta di piedi, fuori campo, senza proclami.

PRO

Sorrentino, e non lo scopriamo certo da oggi, resta uno dei nostri registi tecnicamente più dotati, e maggiormente forniti di inventiva. Di nuovo, colpisce qui l’elaboratezza della costruzione visiva del regista: divisa quasi geometricamente tra un dentro e un fuori, tra le architetture noir degli interni dell’albergo, con la variegata e ombrosa umanità che li abita, e l’ariosa consistenza dei paesaggi alpini, nella loro fattura singolarmente e ingannevolmente solare. Di nuovo, colpiscono i morbidi movimenti di macchina, la fattura liquida e avvolgente della regia, l’espressione di sensazioni ed emozioni (oggetto, queste ultime, di un esplicito peana) che prescindono e travalicano i dialoghi. Colpisce l’equilibrio, sempre precario ma a suo modo magico, tra il registro drammatico e quello grottesco, esplicitato quest’ultimo in una serie di personaggi tanto ai limiti della macchietta, quanto capaci, se piazzati nei punti giusti, di generare empatia; e colpisce la capacità di sfruttare al meglio le prove attoriali, qui quelle di due giganti come Michael Caine e Harvey Keitel, volti che contengono tante possibili storie, coadiuvati da comprimari (in primis, Rachel Weisz e Paul Dano) anch’essi messi nelle condizioni di dare il meglio.

CONTRO

I detrattori del regista continueranno, probabilmente, a imputare a Sorrentino una forma che travalica e trascende i contenuti, uno sfoggio di tecnica fine a se stesso, la tendenza al barocchismo e a una messa in scena vuota e ridondante. Appunti a nostro avviso ingenerosi, che tuttavia questo film sembra, in sé, il più adatto a rinfocolare: come già ne La grande bellezza, Sorrentino sembra infatti disinteressarsi di una forma narrativa classica, giocando con l’accumulo di immagini, suggestioni e personaggi. Elementi che, invero, sembrano qui richiamare per larghi tratti le opere precedenti, stimolando quella memoria che è, essa stessa, tema principale del film: l’hotel che richiama visivamente quello in cui si svolgeva Le conseguenze dell’amore, gli esterni cittadini di Venezia (visualizzati in un incubo del protagonista) fotografati con la stessa consistenza di quelli della Capitale ne La grande bellezza, l’ex atleta amareggiato e stordito che fa pensare a L’uomo in più, il monaco buddista che rappresenta l’ater ego della santa nel film precedente. Un gioco di suggestioni e rimandi, reiterato di film in film, che mantiene saldo il suo legame con i contenuti veicolati, evitando di farsi (per ora) vuoto formalismo; ma che fa sorgere il sospetto di una certa quota di compiacimento, di una tendenza al manierismo di cui il regista dovrà probabilmente farsi carico. I rimandi alle opere precedenti, qui, sono presenti in modo più evidente e insistito che in passato: tali da fare forse di Youth (ipotizziamo) una sorta di opera riassuntiva di una precisa fase della carriera di Sorrentino. Se vorrà fugare i dubbi di manierismo, il regista dovrà quindi, ora, cambiare sostanzialmente registro e modalità espressive: la capacità e il coraggio di farlo, ne siamo certi, non gli mancano affatto.

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Marco Minniti

 
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