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WOMAN IN GOLD

 
Regia
 
 
 
 
 


 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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Pro


Tema affascinante, ottima interpretazione di Helen Mirren, efficaci flashback a ritrarre il passato della protagonista.

Contro


Poco equilibrato nella gestione del racconto, tutto caricato sui flashback e sulla prova della Mirren, debole nella sua componente da legal drama.


In breve

USA, 1998. Maria Altmann, ebrea di origini ungheresi sopravvissuta all’Olocausto, si rivolge all’avvocato E. Randol Schoenberg per iniziare una difficile battaglia legale: la donna, infatti, vuole tornare in possesso del quadro di Gustav Klimt Ritratto di Adele Bloch-Bauer I, appartenuto a sua zia (la stessa Adele del titolo) e trafugato all’epoca dai nazisti. L’opera, che fa rivivere nella donna memorie dolorose ma con cui sente di doversi confrontare, è ora custodita nel Museo del Belvedere di Vienna, apparentemente in seguito a una precisa volontà espressa nel testamento dalla stessa Adele Bloch-Bauer. Schoenberg, attraverso la ricostruzione degli eventi dell’epoca, e della storia della famiglia Bloch-Bauer, dovrà dimostrare la nullità del testamento, redatto prima dello scoppio della guerra e del furto del quadro da parte dei nazisti; per far ciò, lui e Adele dovranno recarsi nella capitale austriaca, dove la donna rivivrà i dolorosi eventi che la portarono alla separazione dalla sua famiglia e dal suo paese.

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Posted 10 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Se l’Olocausto, e gli eventi ad esso direttamente collegati, continua a risultare una fonte importante (e pressoché inesauribile) di soggetti cinematografici, meno risalto il cinema ha finora dato al tema del furto delle opere d’arte (spesso veri e propri tesori) da parte della Germania nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale. Curiosamente, prima di questo Woman in Gold, il tema era stato affrontato dal film bellico/avventuroso Monuments Men di George Clooney, anche quello ispirato a fatti reali. Il taglio scelto da Simon Curtis (suo il biopic Marylin) per questa sua nuova opera, è tuttavia molto diverso da quello del film di Clooney, per non dire agli antipodi: qui, il passato rivive attraverso i ricordi di un’anziana donna, la cui dolorosa vicenda personale (incarnata in un iconico dipinto) si fa emblema di quella della tragedia di un intero popolo. Il passato, rimasto a tormentare le anime nel presente (e colpevolmente rimosso da una nazione, come l’Austria, le cui istituzioni si fecero presto complici dei nazisti) rivive quindi nei ricordi della protagonista, e nel suo doloroso viaggio a Vienna in cui realtà e memoria si fondono senza soluzione di continuità. Lo spunto per il film di Curtis, le memorie personali dell’avvocato E. Randol Schoenberg e di Maria Altmann (interpretati rispettivamente da Ryan Reynolds ed Helen Mirren) nella lunga battaglia legale che avrebbe, infine, riportato il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I alla sua legittima proprietaria.

Trailer:

PRO

Opera in cui la memoria personale (incarnata in un quadro, e nella storia che questo porta con sé) va a simboleggiare quella di un intero popolo, Woman in Gold è innervato dall’ottima interpretazione di Helen Mirren, che porta su di sé gran parte del peso del film. Nel volto della Mirren, interprete di una donna segnata e combattuta, c’è tutto il dilemma morale tra il confronto col passato (con il suo carico di lutti e fantasmi) e la voglia di oblio, l’esigenza di riannodare i fili della memoria e il dolore che questa pratica porta con sé, la forza e il richiamo dei legami familiari, dolorosamente spezzati, e l’umana esigenza di vivere in serenità gli ultimi anni della propria vita. Questo conflitto, tutto interiore al carattere della protagonista, emerge soprattutto nella prima parte del film, quella del viaggio a Vienna della donna: qui, il film presenta una serie di flashback emotivamente molto intensi, in cui la storia personale di Maria (e quella della sua famiglia) vengono gradualmente ricostruiti e mescolati al presente. A una generale, indubbia cura figurativa, va aggiunta inoltre la forza del mistero (tutto interno al quadro stesso) della figura della “donna in oro”: una fascinazione che emerge dal primo sguardo all’opera, e che invoglia subito lo spettatore a penetrare, e a cercare di comprendere, la storia che vi si cela.

CONTRO

Costruito su una struttura che può ricordare (a grandi linee) il celebrato Philomena di Stephen Frears, Woman in Gold non ha il respiro del (pur furbo) film di Frears, né la sua stessa felice costruzione narrativa. Maneggiando un materiale di non facile gestione, in cui il coinvolgimento emotivo è tutto affidato al peso della memoria, la sceneggiatura di Alexi Kaye Campbell sceglie la via più facile: delegare questa componente (quasi) interamente ai flashback che raffigurano il passato della protagonista, lasciando che la sola Helen Mirren se ne faccia carico nel resto del film. Il risultato è un’opera squilibrata, di un’intensità irregolare, sfilacciata nella gestione del racconto e poco compatta nel quadro d’insieme: sospesa tra accenni poco convinti di biopic, un ritratto rapsodico e a intermittenza del dramma di un popolo, e un’ancor meno ficcante componente da legal drama, risaputa e dall’esito scontato (e non solo per la conoscenza degli eventi storici a cui il film si rifà). Il mistero del quadro al centro della storia, e l’ancor più fecondo tema del “furto” dell’identità del suo soggetto (solo accennato dallo script) meritavano ben altro approfondimento. A tutto questo, e a comporre il quadro di un’opera complessivamente poco riuscita, va aggiunta una poco convincente prova di Ryan Reynolds, controparte monocorde e poco espressiva della protagonista; insieme a un velleitario subplot (del tutto inutile nell’economia narrativa del film) che ritrae la vicenda familiare del suo personaggio.

 

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Marco Minniti

 
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