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WAX: WE ARE THE X

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Interessante e riuscita mistura di generi, che vuole farsi ritratto generazionale non perdendo di vista l’intrattenimento.

Contro


Il film non si sottrae ai punti più critici del filone del found footage, specie in termini di credibilità. Qualche dialogo non funziona come dovrebbe.


In breve

Un misterioso americano, di stanza a Monaco, giunge in Italia portando con sé una chiavetta con del materiale video, destinata alla redazione di una testata investigativa italiana. Nella chiavetta sono contenuti dei filmati che documentano gli ultimi giorni di vita di tre giovani, due italiani e una francese, prima della loro morte in quello che è stato classificato come un incidente. L’uomo sostiene che, nella ricostruzione ufficiale, non tutto sia stato chiarito, e che le reali responsabilità dei fatti non siano state accertate. I giornalisti assistono così all’ultima settimana di vita di Dario, Livio e Gwendolyn, rispettivamente regista, direttore di produzione e responsabile del casting per un importante spot da girare a Montecarlo. Durante il viaggio, i due giovani italiani, amici e colleghi da tempo, hanno avuto modo di conoscere e entrare in confidenza con la loro coetanea francese, in previsione di un lavoro che avrebbe dovuto dare finalmente una svolta alle rispettive carriere…

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Posted 26 marzo 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Il ritratto generazionale, declinato in forma di dramma o commedia, sembra essere ultimamente un motivo molto gettonato nel cinema italiano. Il settore indipendente, in particolare, ha cercato negli ultimi anni di affrontare il tema con uno sguardo non sempre convenzionale, spesso obliquo o comunque lontano, narrativamente e stilisticamente, dai registri che caratterizzano il mainstream. Così, se l’inquietudine della precarietà (e l’eterno tema della “linea d’ombra”) aveva già caratterizzato un prodotto Youtube-oriented come il recente The Pills, più eclettico e composito è l’approccio di Lorenzo Corvino in questo WAX: We Are The X, suo esordio nel lungometraggio. Un’opera che già dal titolo aspira a rappresentare aspirazioni e inquietudini di un segmento anagrafico di popolazione (la “generazione X”, nata negli anni ‘70), costruendovi un prodotto che è insieme road movie, mockumentary e thriller.

Un film, quello di Corvino, che recupera le modalità estetiche (provenienti da oltreoceano) del found footage, innestandole su una struttura narrativa che ne valorizza al meglio le potenzialità. “Ho sempre rispettato le regole del campo e controcampo”, ha detto il regista nella presentazione del film, a Roma, “senza mai tradire la soggettiva. Il linguaggio doveva essere sempre al servizio della narrazione. Nel 2013, quando abbiamo girato, si usava ancora la pellicola, ma se avessimo scelto quel mezzo, certe scene non avremmo potuto girarle”. Così, attraverso lo stratagemma classico del filmato ritrovato, Corvino costruisce una vicenda al confine tra i generi e i linguaggi, che innesta una storia di disagio lavorativo (ed esistenziale) sul lucente palcoscenico del principato di Monaco.

La povertà non è solo Ilva o Scampia”, ha continuato il regista, spiegando proprio la scelta dell’ambientazione. “Quei ritratti sono un po’ un modo borghese di lavarsi la coscienza. La difficoltà si annida anche nei luoghi apparentemente più lussuosi, ed è più difficile raccontarla. Io appartengo alla classe media, quella che ha genitori che per raggiungere un po’ di benessere hanno dovuto lavorare. La condizione di generazione X è anche uno stato mentale: materialmente stiamo bene, ma da un punto di vista intellettuale viviamo al di sopra delle nostre possibilità”.

Trailer:

PRO

Esordio di un giovane cineasta dalla già lunga (e proficua) gavetta nel cortometraggio, WAX: We Are The X è un prodotto che coniuga efficacemente forma e sostanza, l’artificio (convenzionale, e in parte già consunto) del documento audiovisivo ritrovato con una narrazione che da esso trae gran parte della sua linfa vitale. Quello di Corvino è un film che aspira, in qualche misura, a farsi manifesto di inquietudini che dal personale si allargano al generale, ma che si guarda bene dal cadere nella trappola della retorica o del film a tesi: al contrario, l’ottima sceneggiatura non perde di vista il suo precipuo scopo di intrattenere, raccontando una vicenda che descriva la contemporaneità col passo e le modalità narrative del thriller. L’ottima gestione degli incastri narrativi, e la capacità del regista di sfruttare al meglio le peculiarità del mezzo (ivi compresi i suoi stereotipi) sono i pregi più evidenti di questo esordio. È da rimarcare, inoltre, l’intelligente uso che il regista fa di due presenze d’eccezione come quelle di Jean-Marc Barr e Rutger Hauer: quest’ultimo, nel ruolo del misterioso delatore, contribuisce a una “cornice” ricca di humour, dando vita ad un personaggio che, a dispetto del tempo limitato in cui resta in scena, si rivela avere un grande peso specifico nella vicenda. La cura nella messa in scena, le finezze di montaggio (malgrado il loro parziale “tradimento” dell’estetica del genere) e l’abilità dei tre interpreti principali Jacopo Maria Bicocchi, Davide Paganini e Gwendolyn Gourvenec, completano un prodotto indipendente curato nella confezione quanto ben congegnato narrativamente.

CONTRO

Il found footage resta, a parere di chi scrive, un filone intrinsecamente problematico, principalmente per il suo contraddire alcune delle stesse basi narrative del cinema. Il film di Corvino, pur sfruttandone al meglio le peculiarità (tecniche e narrative) non si sottrae ad alcuni dei punti più critici del genere: come in molti, ulteriori esempi recenti del filone, principalmente americani, appare evidente lo scarto tra la natura teoricamente amatoriale delle immagini, e l’estrema cura formale del prodotto nel suo complesso (ivi compreso il montaggio). Ancor più difficile, in termini di sospensione dell’incredulità, si rivela l’accettazione di un ipotetico lavoro di documentazione così elaborato (e continuativo) specie laddove non se ne ravveda, nella storia, una reale necessità. Qualche momento eccessivamente stereotipato (i primi scambi tra i due amici e il personaggio della Gourvenec) uniti a qualche dialogo non al meglio, finiscono inoltre per stonare nel complesso della vicenda, pur non inficiandone sostanzialmente la scorrevolezza.

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Marco Minniti

 
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