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VITTORIA E ABDUL

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Ricostruzione d’ambiente elegante, ottima protagonista, umorismo di singole scene che soddisferà gli amanti del cinema del regista.

Contro


Storia intrisa di buonismo ben oltre il dovuto, descrizione poco credibile del rapporto tra i due protagonisti, velleità satiriche che si traducono in pochi e inoffensivi sketch.


In breve

Per le celebrazioni del Giubileo d’Oro della regina Vittoria, Abdul Karim, giovane commesso indiano di modeste origini, viene invitato a rendere omaggio alla regina. Giunto sul posto, insieme al suo amico Mohammed, il giovane viene inaspettatamente preso in simpatia dalla sovrana, che gli chiede di restare a Londra per insegnarle lingua e usanze del suo paese. Man mano che l’amicizia tra i due cresce, la famiglia reale prima, e l’intera corte poi, iniziano a mal tollerare la presenza di Abdul; questi, infatti, sembra aver aperto una breccia nel cuore della sovrana come neanche suo figlio era mai riuscito a fare. L’insofferenza dei reali giunge infine oltre i livelli di guardia, quando Vittoria decide di conferire ad Abdul il cavalierato, prefigurando uno strappo difficile da sanare…

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Posted 17 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Film che segna il ritorno di Stephen Frears alla Mostra del Cinema di Venezia, quattro anni dopo il celebrato Philomena, questo Vittoria e Abdul vede anche la nuova collaborazione del regista britannico con Judi Dench, che già era stata protagonista (e indiscussa mattarice) del suo film del 2013. Non ci sono, tuttavia, molte altre similitudini tra la vicenda biografica di Philomena Lee, che presentava in nuce una certa durezza tematica e contenutistica, e questa nuova opera di Frears, che vuole avvicinarsi piuttosto alla parte più lieve e scanzonata della filmografia di Frears (quella che aveva trovato nel recentissimo Florence, interpretato da un’altra attrice ingombrante come Meryl Streep, un ulteriore epigono).

Il film, in realtà, punta anche a mettere in scena un ritratto (inevitabilmente semplificato) della società coloniale inglese, e di una corte ormai stancamente ancorata a rituali e orpelli già pronti ad essere sepolti nel passato (siamo a fine ‘800). Un “impero”, quello che aveva da poco visto l’annessione del territorio indiano, di cui già si intuiscono le basi in realtà fragili, e che trova lo scarsissimo riconoscimento, in primis, della stessa sovrana. Proprio in questo contesto, Frears racconta la storia (ispirata a eventi reali) dell’amicizia tra la regina Vittoria e un giovane commesso indiano, che questa aveva nominato suo Munshi (guida spirituale). Proprio la sempre maggiore intimità fra i due farà deflagrare rancori, odi, ipocrisie e lotte intestine della corte, sconvolta dalla presenza di un elemento “alieno”, da subito così benvoluto dalla sovrana.

Trailer:

PRO

La ricostruzione d’ambiente operata dal film, come spesso accade nel cinema di Frears, è sicuramente elegante, sontuosa, d’effetto. Gli appassionati del cinema del regista inglese, inoltre, ritroveranno in singole sequenze quell’umorismo all’insegna dell’understatement, surreale ma non tale da scivolare nella caricatura, che in passato è stato un po’ il suo marchio di fabbrica: inserito, in questo caso, nel contesto di una storia che ha l’esigenza di adeguarsi, almeno per grandi linee, al susseguirsi degli accadimenti storici. Inoltre, Judi Dench continua da par suo a brillare, in un ruolo in parte più “facile” rispetto ai precedenti, ma comunque dalla complessità sufficiente per metterne in evidenza (ancora una volta) le grandi doti.

CONTRO

 

Il cinema di Frears, in passato già discutibile, ma comunque, nei suoi migliori episodi, compatto e capace di esprimere anche un certo grado di corrosività, sembra ormai addomesticato, imbolsito, incapace di andare oltre il ritrattino scolastico. Qui, si intuiscono chiaramente gli sviluppi della storia (ivi compresi i suoi snodi principali) già dai primissimi minuti di trama; mentre il volto di Judi Dench, appena appare sullo schermo (lo ripetiamo: lei è straordinaria, i problemi del film sono altri) fa capire chiaramente quali saranno i (poco sfaccettati) tratti del suo personaggio. L’inoffensivo umorismo della storia, l’insieme di figurine che ritraggono, con poca verosimiglianza, il personale della corte, il piatto buonismo del rapporto tra i due protagonisti (semplificato oltre ogni norma e ragionevolezza) allontanano questo Vittoria e Abdul da ogni, seppur minimo, concetto di credibilità. Le velleità satiriche di Frears si riducono a sketch inoffensivi e risaputi, mentre la realtà del colonialismo inglese non è mai messa realmente in discussione: in questo senso, la scelta di sacrificare (in termini di battute e peso narrativo) il personaggio di Mohammed, l’amico del protagonista che ha in odio la Corona, è abbastanza significativa. La virata del film nel dramma, nei suoi ultimi minuti, risulta altresì troppo brusca e poco credibile: in questo senso, Vittoria e Abdul (al netto dell’ottima prova della sua protagonista) non sarà certo ricordato come uno degli episodi più significativi della filmografia di Frears, andando in questo ad affiancarsi al precedente, e parimenti poco esaltante, Florence.

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Marco Minniti

 
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