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VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Film dall’innegabile valore divulgativo, interessante per come illumina una vicenda artistica e umana poco nota, e per come riesce a porla nel suo contesto storico e sociale.

Contro


La regia si limita a svolgere correttamente il compito assegnatole, a volte scivolando su un melò troppo esplicito, e facendo pesare oltremodo la lunga ellissi narrativa posta nella seconda parte del film.


In breve

1918. A.A. Milne detto “Blue”, scrittore e commediografo, è appena tornato dalla Prima Guerra Mondiale portando con sé (e su di sé) i segni del conflitto. Incapace di dar vita a nuove opere, sofferente di frequenti flashback riguardanti gli orrori della guerra, l’uomo si trasferisce con sua moglie Daphne nella campagne vicino Londra, sperando di ritrovare la sua vena creativa. Lì, la coppia ha un figlio, che viene chiamato Christopher Robin: Daphne, tuttavia, non riesce completamente ad accettare il bambino, a cui avrebbe preferito una figlia femmina. Nella sua crescita, Christopher Robin (che il padre soprannomima Billy) trova come punto di riferimento la tata Olive, che praticamente lo cresce. Il bambino sviluppa da subito una notevole fantasia, immaginando un mondo di animali con al centro l’orso Winnie e la tigre Tigger. Quando Olive si allontana per qualche giorno per questioni familiari, Blue ha finalmente l’occasione di passare del tempo con suo figlio: accompagnando Billy tra i boschi e a venendo trascinato nelle sue fantasticherie, l’uomo ha finalmente un’idea per una nuova storia. Sta per nascere così una nuova icona della narrativa per bambini, mentre il piccolo Billy/Christopher Robin sta per trasformarsi, suo malgrado, in una star.

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Posted 7 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Mancava ancora, al cinema, il racconto della genesi di una delle più note figure della narrativa (nonché dei fumetti, delle serie animate e del cinema) per bambini: un’icona, quella dell’orsacchiotto Winnie The Pooh, che ha attraversato e nutrito un gran numero di generazioni, approssimandosi ormai al secolo di vita e rapportandosi con un universo (quello del Bosco dei Cento Acri e dei suoi abitanti) rimasto immutabile e piacevolmente fuori dal tempo. Un universo che lo scrittore A.A. “Blue” Milne creò nel primo dopoguerra incarnando una voglia (presto disillusa) di gioia e spensieratezza dopo gli orrori bellici, e di cui in seguito si sarebbe appropriata, trasformandolo in immagini in movimento, la Disney con la sua lunga serie d’animazione.

Questo Vi presento Christopher Robin, diretto dal regista Simon Curtis, è di fatto un biopic teso da una parte a narrare nei dettagli la genesi di un’icona ormai storicizzata, ma di cui è interessante ricostruire il contesto di creazione attraverso una resa del complesso clima sociale (diviso tra voglia di dimenticare l’orrore appena vissuto, e angoscia per un possibile nuovo conflitto) che caratterizzava l’Inghilterra post-bellica; dall’altro, improntato al racconto di un contesto familiare borghese che si scopre disfunzionale, pesantemente condizionato dal conflitto appena terminato, e trovatosi per caso, suo malgrado, a coltivare e nutrire quella che diverrà un’icona.

Un risultato che sarà raggiunto strappando al piccolo Billy/Christoper Robin il diritto a un’infanzia normale, e proiettando il privato di quest’ultimo, i suoi sogni infantili e le sue paure, su un palcoscenico internazionale che neanche si riteneva, nel contesto storico ritratto dal film, raggiungibile. La sequenza in cui il piccolo protagonista cerca sulla cartina un luogo dove il suo alter ego letterario non sia ancora conosciuto, individuandolo in una remota località del Sud America, è in questo senso significativa. Un esempio, forse il primo nella storia della cultura di massa, di “globalizzazione” dell’immaginario, giunta in modo tanto casuale quanto tumultuoso e inarrestabile.

Trailer:

PRO

I meriti di Vi presento Christopher Robin sono principalmente divulgativi, legati al suo proposito di illuminare una vicenda artistica e umana poco nota, profondamente calata nel suo contesto storico e sociale. La sceneggiatura riesce a cogliere bene, specie nel personaggio del protagonista col volto di Domhnall Gleeson, l’ansia mista a speranza che caratterizzò il periodo del primo dopoguerra, lo slancio idealistico di molto pacifismo radicale d’epoca, l’angoscia per un possibile ripetersi della terribile esperienza appena vissuta. Quella di Winnie The Pooh, e del suo amico umano Christopher Robin, finisce per diventare nella sua forma più “pura” l’icona del pacifismo più radicale e ingenuo, quello di chi proponeva un utopico ritorno alle favole, e a un immaginario puro e infantile, come possibile antidoto al ripresentarsi dell’orrore. Ma l’espropriazione di tale immaginario dalla fantasia del suo legittimo proprietario (l’alter ego “umano” di Christopher Robin) va a mettere in scena anche, con sufficiente realismo, il potere pervasivo di una comunicazione che si stava facendo, proprio in quel periodo, autenticamente “globale”. Il film di Simon Curtis riesce così a riflettere sulle logiche comunicative contemporanee, che globalizzano ed estendono a un palcoscenico indifferenziato anche la creazione artistica, rendendola “pubblica” e distaccandola completamente (e definitivamente) dalla disponibilità del suo autore.

CONTRO

Al di là dei suoi meriti divulgativi, e di una scrittura abbastanza precisa ed equilibrata, Vi presento Christopher Robin non dice molto di cinematograficamente nuovo, scivolando tra l’altro (a volte) in un melò che il regista non riesce del tutto a maneggiare e gestire. Questa caratteristica emerge soprattutto, con chiarezza, in una parte conclusiva all’insegna di un afflato eccessivamente buonista, punteggiato di soluzioni visive risapute (la sostituzione del protagonista adolescente con l’immagine del suo – immortale – alter ego infantile) e poco credibile sul piano squisitamente drammaturgico. Per il resto del film, il regista si limita a svolgere in modo corretto, ma senza sostanziali guizzi, il compito a lui assegnato, non mancando tuttavia di far pesare un po’ (in termini di accelerazione della trama) la lunga ellissi successiva all’ingresso del protagonista in collegio, che lo vede fuoriuscirne ormai diciottenne e pronto per l’arruolamento.

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Marco Minniti

 
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