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UNO PER TUTTI

 
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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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3/ 5


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Pro


Racconto noir stimolante e credibile, visivamente elegante, sguardo non convenzionale sull'ambiente sociale.

Contro


Qualche passaggio non brillante nella sceneggiatura, tempi dilatati che potrebbero deludere una certa fascia di pubblico.


In breve

Teo, diciott’anni appena compiuti, riduce in fin di vita un suo coetaneo, durante una rissa tra adolescenti sul lungomare di Trieste. Il ragazzo, arrestato, viene interrogato dall’ispettore di polizia Vinz, vecchio amico di suo padre: Vinz vorrebbe fare il possibile per aiutare Teo, ma questi si chiude in un ostinato silenzio. Il poliziotto è legato a Gil, padre del giovane, da un antico patto, che coinvolge anche il medico Saro, da tempo lontano dalla città e tornatovi per l’occasione: i tre, amici inseparabili da bambini, fecero un gioco pericoloso, che si concluse tragicamente… ora, mentre le condizioni del ragazzo ferito da Teo si aggravano, Vinz è combattuto tra il senso del dovere e l’impegno ad onorare quel patto nei confronti del suo vecchio amico.

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Posted 24 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Si era eclissato dal cinema di fiction dal 2007, il regista Mimmo Calopresti. Una lunga assenza che ha consentito al cineasta calabrese di dedicarsi al documentario, suo primo interesse in ordine di tempo, e settore con cui ha mantenuto negli anni un forte legame (tra i titoli da lui diretti in questo periodo, si ricordano La fabbrica dei tedeschi, dedicato all’incidente all’acciaieria Thyssen Krupp, e il successivo La maglietta rossa, cronaca della finale di Coppa Davies del 1976). Ora, lo sguardo di Calopresti sul passato, sui segreti che legano in modo indissolubile le generazioni, torna a esprimersi in forma di fiction: e lo fa con un genere, il noir, che ancora mancava nella filmografia del regista. In realtà, questo Uno per tutti (libero adattamento dell’omonimo romanzo di Gaetano Savattteri) mantiene un legame abbastanza stretto con le tematiche del regista, trovando analogie in particolare col suo primo film, La seconda volta: di nuovo, dei personaggi sono legati da un fatto violento avvenuto nel passato, di nuovo c’è la difficoltà a fare i conti con colpe commesse e mai scontate, di nuovo il perdono è un fatto solo apparentemente individuale.

Qui, Calopresti adotta tuttavia un canovaccio narrativo debitore di tanto cinema americano (viene in mente Mystic River, ma non solo) raccontando la storia di un’amicizia apparentemente indissolubile, legando il discorso sulle colpe a quello sull’infanzia e la crescita, mettendo sullo sfondo una riflessione antropologica sulle trasformazioni della società italiana dagli anni ’70 ad oggi, sull’immigrazione interna, sulle diverse dinamiche del tessuto sociale cittadino. Lo sfondo è una Trieste notturna, induritasi con gli anni ed emblema di quella perdita di innocenza che ha coinvolto i tre protagonisti, ma anche, più in generale, l’intera società italiana.

Trailer:

PRO

Calopresti approccia il noir con consapevolezza, legando i meccanismi del genere alla sua lettura dei rapporti umani, con uno sguardo realistico ed empatico sui personaggi e le loro vicende. Va salutato favorevolmente, questo ritorno, perché finalmente nell’ambito del cinema mainstream italiano lo sguardo su certa borghesia (in questo caso su quella del nord-est, sempre blandita dalla propaganda) non è conciliatorio o all’insegna di facili stereotipi. Coerentemente col suo passato da documentarista, il regista racconta la disgregazione di un tessuto sociale, la strada e i gruppi di quartiere come maestri (ora avvelenati) di vita, il passaggio dalle P38 degli anni ’70 ai coltelli usati in futili scaramucce tra adolescenti.

Lo fa, Calopresti, utilizzando per la prima volta il digitale, sottolineando visivamente lo scarto tra passato e presente, in un montaggio alternato che mette insieme i pezzi di un puzzle di cui solo alla fine vengono ricostruiti i contorni. Lo stile del regista, normalmente essenziale e privo di fronzoli, non rifugge qui da una certa eleganza, nella sottolineatura degli esterni cittadini (e di un mare che, fin dall’inizio, viene occhieggiato come impossibile via di fuga) e nell’ottima fotografia di Stefano Falivene (già al lavoro nel recente Pasolini di Abel Ferrara). La struttura narrativa gestisce e organizza intelligentemente la tensione, svelando con gradualità caratteristiche e idiosincrasie dei personaggi: tra questi, un apprezzabile Giorgio Panariello in un insolito ruolo drammatico, oltre a un Fabrizio Ferracane più avvezzo alle atmosfere del genere (lo abbiamo visto di recente in Anime nere di Francesco Munzi).

CONTRO

Non tutto funziona al meglio nella sceneggiatura (scritta da Calopresti insieme a Monica Zapelli): nel corso del film si nota qualche trascuratezza narrativa e alcune incongruenze, mentre certi dialoghi (specialmente quelli che coinvolgono il personaggio di Eloisa, interpretata da Isabella Ferrari) appaiono inopinatamente grotteschi. Allo stesso personaggio di Eloisa, nei due piani temporali della storia, andava forse dedicato uno spazio maggiore. Il film, malgrado la sua breve durata (circa 85 minuti) presenta un incedere lento, con tempi abbastanza dilatati: questo potrebbe deludere una parte di pubblico, quello abituato ai ritmi più serrati dei film di genere d’oltreoceano, ma anche gli spettatori di un cinema italiano che spesso cerca di coprire il vuoto contenutistico con un artificioso innalzamento del ritmo.

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Marco Minniti

 
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