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UNFRIENDED

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Idea interessante e originale, in un genere stereotipato. Convincente la descrizione del fenomeno del bullismo tra gli adolescenti.

Contro


Dal punto di vista strettamente horror, è un film debole. Intrigante, ma quasi mai realmente inquietante.


In breve

Fresno, California, in casa della giovane Blaire Lily. Sullo schermo del laptop della ragazza, tra un mp3 e una pagina Facebook, scorrono le terribili immagini del suicidio di Laura Barns, sua compagna di classe. In un video di Youtube, messo online da ignoti, l’origine del gesto: il video ritrae Laura durante una festa, ubriaca e semisvenuta, coperta di feci e sangue mestruale. Dopo la pubblicazione di quel video, la vita per la ragazza era diventata un inferno, tra la derisione e l’emarginazione dei coetanei, fino alla decisione di farla finita. Ora, Blaire sta parlando via Skype col fidanzato Mitch; apparentemente, i due non sembrano così addolorati per la scomparsa dell’amica. Presto, alla videochat si aggiungono anche altri tre loro amici, tutti della stessa classe e tutti conoscenti di Laura: Jess, Ken e Adam. Ma, inspiegabilmente, un sesto account si aggrega, non invitato, alla conservazione: il nickname è quello di una misteriosa “billie227”, che resta dapprima muta e invisibile. I cinque amici, inizialmente, ignorano “billie”, pensando si tratti di una presenza virtuale creata da un bug: ma a un certo punto, inaspettatamente, la sconosciuta inizia a inviare messaggi, sostenendo di essere la loro defunta amica. Tutti i tentativi dei ragazzi di espellere Billie/Laura dalla chat risultano vani: questa, da par suo, mostra un atteggiamento sempre più minaccioso, spingendo i ragazzi a un “gioco” mortale…

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Posted 16 giugno 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dal pionieristico The Blair Witch Project, passando per i vari Paranormal Activity con tutti i suoi sequel/cloni, il found footage horror (e non solo) sembrava aver esaurito tutto il ventaglio delle sue possibilità espressive. L’ondata di novità di un genere che sembra negare lo stesso statuto del cinema, ponendosi a un diverso livello di finzione filmica (tentativo di mascherare un’opera di fiction con la veste di documento autentico) ha rapidamente ceduto il passo alla convenzionalità: con la coazione a ripetere di opere che del found footage, spesso, presentano solo la veste, la macchina a mano, la voluta sciatteria fotografica, avvalendosi, però, di un evidente lavoro di regia e montaggio. Quasi una negazione delle basi stesse su cui si regge il filone (che prevede, per definizione, l’”invisibilità” del regista).

A portare un elemento di novità nel genere, in un tentativo lodevole per la semplicità ed efficacia dell’idea, arriva ora questo Unfriended: che ripensa il found footage rinchiudendolo, anziché in una webcam, dentro un pc, avvicinandolo direttamente al linguaggio dei nuovi media, portando al cinema la modularità e la simultaneità della comunicazione in Rete. Il film del georgiano Levan Gabriadze non è che un’unica, lunga visualizzazione di ciò che accade sullo schermo del laptop della protagonista: qui, seguiamo la videochat della ragazza con i suoi amici, lo scambio di messaggi scritti, il download e la visione dei video, e soprattutto (attraverso le cinque webcam, tutte simultaneamente attive) le inquietanti manifestazioni dell’entità che minaccia il gruppo. Il punto di vista, più che quello della stessa Blaire, è quello di un hacker che si fosse volutamente introdotto nel pc della ragazza, e fosse in grado di controllarne tutte le attività. O forse, ipotizziamo, l’ottica è proprio quella del fantasma, vivo e capace di comunicare (come già nel giapponese Kairo) proprio grazie alle autostrade virtuali del web.

Trailer:

PRO

L’idea di Unfriended è sicuramente buona, e porta una piccola (ma significativa) ventata di novità in un filone che sembrava aver già detto ciò che aveva da dire. Spostare la logica del found footage sul web significa aggirare il problema principale del genere: ovvero, il fatto che l’ipotetico operatore, di fronte a fatti drammatici e a un immediato pericolo di vita, continui imperterrito nelle riprese. Qui, i pc restano accesi, le webcam (quasi) sempre fisse, coi cinque protagonisti semplicemente colti davanti ai rispettivi schermi. In più, è sicuramente interessante l’aver portato nel genere la logica della comunicazione in Rete, e l’averla messa al servizio di un racconto (comunque) dal taglio tradizionale.

Ma l’elemento più interessante del film di Gabriadze (prodotto da quella Blumhouse che ha, in gran parte, contribuito alle fortune del genere) trascende dalla sua natura strettamente horror: Unfriended, infatti, è soprattutto uno spaccato vivido e realistico su un certo mondo adolescenziale, e sui contorni del fenomeno del bullismo. Uno spaccato che inquieta e disturba, anche senza bisogno di pensarlo in funzione dell’intervento dell’entità di turno: la progressione del film mette a nudo, in modo impietoso, l’ipocrisia e la violenza (fisica e psicologica) che muove le azioni dei protagonisti, in un loro disvelamento progressivo ed efficace. Nessuno si salva, e nessun personaggio risulta alla fine come positivo. L’elemento sovrannaturale serve a evidenziare i ben più concreti (e meschini) segreti che ognuno dei ragazzi porta con sé. Segreti, in sé, ben più inquietanti di un fantasma che torni dall’aldilà per vendicarsi.

CONTRO

Malgrado la sua validità come spaccato sociologico sull’adolescenza (e sulle sue devianze) e malgrado le buone idee che lo muovono, il film di Gabriadze risulta paradossalmente debole sul piano strettamente orrorifico. Chi scrive ha sempre avuto i suoi dubbi sulla capacità di reggere al tempo (e all’usura cinematografica) di un genere che, a rigore, si pone fuori dai confini del linguaggio cinematografico propriamente detto: e Unfriended, se da una parte dà un po’ di ossigeno al genere, e riesce parzialmente a svecchiarlo, dall’altra ne mette a nudo in misura ancor maggiore i limiti. Immobilizzate nello schermo di un pc, in cinque webcam che si limitano a registrare le limitate azioni dei protagonisti, le immagini del film sono private dei più elementari metodi per incutere paura. Il dinamismo che caratterizzava (sia pur in modo posticcio e – il più delle volte – forzato) i found footage più recenti, viene qui annullato: la regia, più che invisibile, è inesistente. Così, le premesse del genere, portate alle estreme conseguenze (assenza di una messa in scena e di espedienti cinematografici in senso stretto) ne mettono a nudo gli intrinseci limiti: il film nasconde bene la finzione cinematografica, ma ne sacrifica tutto il potenziale attrattivo. Nel contenitore, più grande, dell’horror, genere basato in gran parte sulla forza della messa in scena, questo risulta un limite non da poco.

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Marco Minniti

 
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