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UN’ESTATE IN PROVENZA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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Pro


Storia e personaggi di facile presa, dal portato in un certo senso universale. Buona l’interpretazione del piccolo Lukas Pélissier nel ruolo del ragazzino non udente.

Contro


Stereotipato, poco credibile, furbo nel suo voler essere (forzatamente) trasversale nel target. Il soggetto esprime, appena sotto la superficie, un malcelato moralismo.


In breve

Léa, Adrien e il piccolo Theo, sordo dalla nascita, stanno vivendo una difficile situazione familiare, a causa dell’imminente separazione dei genitori. Per le vacanze estive, la madre decide di far loro conoscere il nonno, un burbero ex hippie che non ha mai perdonato a sua figlia la decisione di sposarsi. I tre vengono così condotti presso la tenuta agricola dell’uomo, nelle campagne provenzali; qui, scoprono un modo di vivere lontanissimo da quello della caotica e disordinata Parigi. Inizialmente, il vecchio Paul fatica a celare l’insofferenza verso la presenza dei nipoti, malgrado Theo riesca subito a far breccia nella sua dura scorza; in seguito, tuttavia, una serie di rocambolesche avventure (tra cui i rispettivi incontri sentimentali dei due adolescenti) faranno avvicinare quelli che sembravano due mondi lontanissimi.

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Posted 7 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

L’attuale commedia francese continua a muoversi, in modo studiato e (spesso) redditizio, tra la lievità del bozzetto sociologico e la pretesa di ritratto generazionale, tra la confezione per famiglie e piccole, e ben piazzate, dosi di impegno sociale. Un campione d’incassi come La famiglia Bélier (con cui questo Un’estate in Provenza condivide il tema della sordità) ha recentemente confermato la tendenza; qui, tuttavia, la regista Rose Bosch approccia anche il tema delle differenze geografiche già viste in Giù al nord (ispiratore del nostro blockbuster Benvenuti al sud) nonché quello, sempre valido, dei conflitti in seno alla famiglia borghese.

Gioco sul sicuro, il film della Bosch, in quanto le opposizioni che il suo soggetto propone sono facili e di immediata lettura: la caotica esistenza di città contro il mood contemplativo della vita rurale, lo stile di vita comunitario degli ex sessantottini contro l’individualismo postmoderno, la materialità e concretezza della condivisione contro la smaterializzazione dei rapporti tipica dei social network. Tra i due estremi, quella generazione di mezzo (quella della madre dei giovani protagonisti, un poster di Pretty Woman nella vecchia cameretta a segnarne l’identità anagrafica) cresciuta senza forti punti di riferimento, in difficoltà nel farsi comprendere dagli uni e dagli altri.

Il confronto, ma anche il conflitto, saranno condizione della prevedibile ricomposizione: celebrazione di un’istituzione (quella famiglia borghese ritratta, a inizio film, nell’apice della crisi) di cui non viene mai messa in dubbio la capacità di reggere i colpi e ricomporsi.

Trailer:

PRO

Non a caso abbiamo citato, poco sopra, il fortunato Giù al nord e il suo remake italiano, Benvenuti al sud; nel suo giocare con gli stereotipi e con i ritratti semplificati, e nel segno della leggibilità, molta commedia francese rivela un portato in certo qual modo “universale”. Il film della Bosch non sfugge a questa regola; e non ci stupiremmo nemmeno di vederne, in un ipotetico futuro, una versione italiana. In personaggi così semplici e leggibili (nel loro evidente carattere stereotipato) non è difficile riconoscere situazioni e “tipi” che travalicano le differenze geografiche, rivelando un potenziale empatico semplice quanto efficace. Accanto a un Jean Reno che riesce a calarsi, col minimo sforzo, nei panni di un ex sessantottino scontroso quanto simpatico, va segnalata l’ottima prova del giovanissimo Lukas Pélissier, realmente non udente, nei panni del (poco sfruttato) personaggio del piccolo Theo.

CONTRO

Lieve quanto effimero, Un’estate in Provenza mostra tutti i limiti di un prodotto dal target programmaticamente trasversale, inevitabilmente qualunquista nell’impostazione. In una scrittura di grana grossa e priva di reale introspezione, si snoda una vicenda dal malcelato sottofondo moralista, celebrazione di un’istituzione (la famiglia borghese contemporanea) a cui si aderisce senza la benché minima problematizzazione. Gli snodi di trama, in una sceneggiatura meccanica e risaputa, risultano spesso prevedibili (la figura del giovane pizzaiolo e le sue poco edificanti intenzioni), qualche volta forzati e pretestuosi. Se lo scopo dichiarato è quello di piacere un po’ a tutti, tra un pezzo di folk-rock e l’evidenziazione del potenziale aggregante dei social network (il nonno che ritrova i suoi vecchi compagni), la confezione si rivela a metà tra la cartolina e lo spot pubblicitario: comunque, lontana dalla concretezza che ci si aspetterebbe da una vicenda del genere. L’unico personaggio che, nello script, mostrava un certo potenziale (il già citato Theo, interpretato dal piccolo Pélissier) viene sciupato in un utilizzo intermittente, apparentemente pensato solo nell’ottica di dare una coloritura “impegnata” al soggetto.

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Marco Minniti

 
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