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UNDERDOG

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Regia sobria e insieme elegante, ottimi interpreti, evitate le trappole della retorica o di un melò poco equilibrato.

Contro


Chi amasse registri più espliciti potrebbe restarne deluso. Per larga parte del film, il personaggio della giovane Ida è un po’ sacrificato.


In breve

La giovane Dino, 23 anni e già una storia di dipendenza da alcol alle spalle, sogna una vita diversa. Immigrata svedese in Norvegia, deve confrontarsi con una realtà in cui, a differenza di quanto accadeva qualche decennio fa, gli svedesi sono diventati i cugini poveri, costretti a servire il più ricco (e tracotante) vicino. Quando una frattura al braccio le provoca l’ennesimo licenziamento, la ragazza ottiene casualmente un lavoro come governante. Nella villa di Oslo dov’è di servizio, Dino finisce per attirare l’attenzione di tutti e tre gli occupanti: di Steffen, uomo in preda alla solitudine e sofferente per la lontananza della moglie, spesso fuori città per lavoro; e delle due figlie Ida e Siri, che subito stabiliscono con la ragazza un forte legame. È presto chiaro come Siri stia colmando un vuoto nella vita di Steffen: i due si lasciano andare con veemenza e trasporto, incuranti delle possibili conseguenze…

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Posted 28 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Datato 2015, insignito del premio Guldbaggegalan (l’Oscar svedese) alla miglior attrice esordiente (l’apprezzabile Bianca Kronlöf), Underdog è l’esordio nella regia di un lungometraggio di Ronnie Sandahl, classe 1984 e un paio di corti alle spalle. Un esordio, arrivato in Italia nella selezione del Nordic Film Fest di Roma, in cui il regista svedese esplora il tema dell’immigrazione dal suo paese nella vicina Norvegia: un argomento poco trattato, tanto dalla narrazione mediatica quanto dal cinema, tale da smentire la preconfezionata visione dei paesi scandinavi come un’unica, indifferenziata isola felice, fatta di welfare e opportunità sociali. Nella vicenda della protagonista c’è il dramma dell’immigrazione e dello sradicamento, la cruda realtà di un’esistenza in bilico, la voglia nonostante tutto di riscatto, tanto sul piano affettivo quanto su quello personale.

Il film si muove costantemente sul doppio binario di uno spaccato sociale (debitore a certo cinema inglese contemporaneo) e di un melò familiare: calando una vicenda di affetti e ricerca di sostegno reciproco in una realtà magmatica quanto sfuggente, in cui le strade della metropoli possono contribuire, esse stesse, a generare solitudine ed esclusione. Una solitudine e un senso di inadeguatezza che accomuna tutti e tre i personaggi principali, ma da cui il film suggerisce una possibile via d’uscita. Senza retoriche e improbabili fughe, ma con la consapevolezza della necessità dell’altro (come indispensabile complemento) in tutti gli aspetti della propria esistenza. Una necessità che il film racconta in modo sobrio e insieme ficcante, affidandosi a una buona scrittura e all’efficacia di tutti i suoi interpreti.

Trailer:

PRO

Melodramma in bilico tra il naturalismo dello spaccato sociale e l’esplorazione delle dinamiche affettive (anche e soprattutto extrafamiliari), Underdog gode di una regia sobria e sempre al servizio della narrazione; tutta giocata sui primi piani e sulla valorizzazione degli ambienti, puntellata da tre ottimi interpreti e da una sceneggiatura efficace e abbastanza equilibrata. L’esordiente Sandahl mostra un’inedita sicurezza per un cineasta al suo primo lungometraggio, evitando da un lato le trappole della retorica (sempre in agguato quando si trattano temi sociali di una certa consistenza) dall’altro quelle di un melò eccessivamente esplicito e poco centrato. Film di sceneggiatura e di interpreti, quello del giovane regista norvegese è anche un esordio che mostra una sua eleganza figurativa, e che ha il merito di illuminare una realtà poco conosciuta e trasmessa alla narrazione contemporanea soprattutto attraverso gli stereotipi. Un merito divulgativo che si somma all’indubbia efficacia, narrativa quanto visiva, della sua resa sullo schermo.

CONTRO

Chi fosse legato ad una concezione più esplicita del melò, o a un’impostazione da pamphlet nell’approccio ai temi al centro della trama (l’immigrazione, la disoccupazione, la discriminazione strisciante) potrebbe non entrare in sintonia col film di Ronnie Sandahl. La scelta del regista nel segno della sobrietà, narrativa e stilistica, potrà forse non accontentare tutti. Va poi sottolineato come la sceneggiatura, per una fase forse troppo larga del film, finisca per sacrificare il personaggio della giovane Ida, in favore della focalizzazione sul rapporto tra i due protagonisti: una lunga eclissi che penalizza un carattere narrativamente molto interessante, recuperata solo nel comunque notevole finale.

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Marco Minniti

 
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