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UNA FAMIGLIA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Film coraggioso, dalla buona regia, capace di approcciare una storia dal forte potenziale sociale con toni cupi e iperrealistici.

Contro


La sceneggiatura, poco equilibrata, non dà al film una direzione convincente, mentre i personaggi restano bloccati e privi di vera evoluzione.


In breve

Vincent, cinquantenne proveniente da una città nei pressi di Parigi, e Maria, trentacinquenne nata ad Ostia, sono una coppia tranquilla, discreta, di quelle che passano inosservate. Lui con un che di enigmatico negli occhi, lei dal viso fragile, i due conducono la loro vita solitaria in quartiere periferico di Roma. Ma la coppia, dietro l’apparenza, nasconde un terribile segreto: l’uomo ha infatti convinto la giovane a prestarsi a una produzione “seriale” di bambini, da vendere al mercato nero a coppie sterili. Stanca di questa pratica, prostrata e psicologicamente sempre più instabile, Maria decide che l’ultimo bambino, quello che è stato destinato a una ricca coppia di omosessuali, resterà invece con lei. La donna sente infatti la necessità, sempre più impellente, di creare quella che nei suoi progetti dovrebbe essere una vera famiglia. Un proposito, però, che si scontrerà con gli impegni presi, oltre che con le intenzioni di Vincent…

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Posted 12 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, opera seconda del catanese Sebastiano Riso (la prima, Più buio di mezzanotte, risale al 2014), Una famiglia è un (melo)dramma rischioso e a suo modo provocatorio. Si è infatti parlato molto, negli ultimi anni, della pratica (legale in diversi paesi) della cosiddetta “Gestazione per Altre” (quella che in gergo viene definita “utero in affitto”) senza considerare l’esistenza di una nicchia di illegalità, di un fiorente mercato nero di bambini destinati a coppie sterili, che non risparmia neanche i paesi più avanzati. Inserendo il tema nel tessuto di una Capitale già malata (le cui patologie restano comunque sullo sfondo) il film di Riso fa un’operazione a cui non si può non riconoscere un certo grado di coraggio.

Una famiglia muove i suoi primi passi in media res, senza fornire allo spettatore molte coordinate che lascino intuire gli antefatti della storia, o il background dei personaggi. Alla scarsa presenza di dialoghi, il film cerca di supplire con i primi e i primissimi piani sui volti dei protagonisti, con l’esplicitazione anche violenta dei loro contrasti, e col graduale disvelamento di un rapporto atipico e sbilanciato, nato su basi patologiche. I toni desaturati della fotografia favoriscono un iperrealismo che, al naturalismo di una vicenda dalle forti implicazioni sociologiche, preferisce l’esplorazione del mondo interiore dei personaggi (specie di quello interpretato da Micaela Ramazzotti), al quale gli ambienti restano costantemente subordinati. Non disdegnando, nella descrizione di questo mondo, esplosioni melodrammatiche a inframezzare “chiusure” altrettanto repentine.

Trailer:

PRO

Accolto con molta freddezza dalla platea veneziana, fatto segno anche di qualche espressione di disapprovazione, a Una famiglia va in realtà riconosciuto il coraggio di spezzare alcune consuetudini del cinema italiano recente. Intanto, la scelta di non fornire elementi espliciti di spiegazione, o facili ausili allo spettatore per l’ingresso nella vicenda, ne aumenta in certo modo il potenziale; inoltre, l’iperrealismo della messa in scena va in senso contrario rispetto al facile (e preteso) naturalismo di tanto cinema italiano contemporaneo, sia esso quello più di consumo che quello con maggiori velleità di impegno. In questo senso, la regia di Riso, che resta attaccata ai suoi due personaggi fornendo rapidi squarci sul contesto, che si fa in qualche modo “astratto”, aumenta la carica straniante della storia. Vanno rimarcate anche, a questo proposito, le buone prove di tutto il cast, da una Ramazzotti efficace soprattutto nel registro meno esplicito, a un Patrick Bruel che fa mostra di una certa versatilità, fino a un efficace stuolo di comprimari, tra cui va segnalato Ennio Fantastichini.

CONTRO

A tratti sbilanciato sul versante emotivo della vicenda, sempre pericolosamente in “flirt” col cattivo gusto, il film di Riso risente di una sceneggiatura non perfetta, che nella scelta (pur apprezzabile) di non fornire un background univoco ai suoi personaggi, finisce per sacrificarne la definizione. In questo senso, lo script affastella passaggi oscuri e troppo affrettati (il viaggio della Ramazzotti a Ostia) e altri narrativamente poco incisivi (il subplot della nuova love story di Vincent) risultandone in un quadro poco equilibrato, e privo di una direzione chiara. L’evoluzione del personaggio di Maria, a questo proposito, risulta più data per assunta che spiegata, restando priva di un vero sbocco drammaturgico che la confronti con l’altro terminale (il Vincent interpretato da Bruel). La stessa recitazione della Ramazzotti, apprezzabile quando resta giocata in sottrazione, perde qualche punto nei registri più espliciti, quelli in cui il film rischia maggiormente di perdere equilibrio e compattezza.

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Marco Minniti

 
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