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Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Viaggio nel tempo divertito e commovente, personale, a raccontare un coming of age (e a fotografare un periodo storico) in modo lucido e sentito.

Contro


Non ci sono difetti veri e propri. Dalla visione della versione doppiata, si ha l’impressione che il film guadagnerebbe in un’ipotetica visione in lingua originale.


In breve

Texas, estate 1980. Il giovane Jake, che sta per iniziare il suo primo anno al college, si trasferisce nell’appartamento che dividerà con i suoi nuovi compagni di scuola. Il ragazzo, promettente giocatore di baseball, trova dapprima l’ostilità del veterano Glen McReynolds, che considera “strano” e “un male necessario” il suo ruolo di lanciatore; Jake dovrà inoltre passare attraverso i vari riti di iniziazione da sempre riservati alle matricole. Presto ambientatosi nel competitivo contesto di un college di inizio anni ‘80, Jake riuscirà presto a legare con i suoi compagni, tra gli allenamenti di baseball, le bevute e le feste a caccia di ragazze; attirando, tra le altre cose, l’attenzione di Beverly, ragazza della facoltà di teatro apparentemente lontanissima dal suo mondo.

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Posted 15 giugno 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Richard Linklater è regista che torna spesso su personaggi, luoghi e temi. Se da questa poetica dell’eterno ritorno il regista americano ha tratto addirittura un’intera opera, concepita e realizzata nel corso di 12 anni (il fluviale Boyhood) lo stesso trittico costituito da Prima dell’alba, Before Sunset – Prima del tramonto e Before Midnight è esempio della sua attitudine all’analisi del tempo, delle storie personali e collettive, della vita che trasforma luoghi ed individui. In quest’ottica, quella di un cantore del coming of age sagace quanto disilluso, va letto questo nuovo Tutti vogliono qualcosa, “seguito spirituale” (com’è stato definito oltreoceano) del precedente La vita è un sogno (1993).

Autobiografico come molti dei lavori di Linklater, questa nuova opera ci porta in una “terra di mezzo” che è insieme privata e collettiva: è il 1980, l’alba del decennio in cui l’impegno sociale e politico del precedente periodo si preparava a lasciare il passo all’edonismo frivolo, all’ottimismo delle icone plastificate di marca eigthies, alla rozza retorica della narrazione reaganiana; ed è anche, per il giovane Jake, il primo vero banco di prova (contrastato e contraddittorio) per l’ingresso nell’età adulta.

Dopo il racconto degli anni liceali nel film del 1993, il regista si immerge direttamente nell’atmosfera, negli odori, nei colori e nel mood di una post-adolescenza tanto effimera quanto piena, della cui natura transitoria i protagonisti sembrano portare tutta la consapevolezza. Uno scorcio di estate colorato di una sottile malinconia sotto la patina goliardica, un American Graffiti aggiornato a riti e simbologie dei primi anni ‘80, innervato in modo discreto (ma innegabile) dall’approccio da Nouvelle Vague del suo autore. Sempre attaccato ai suoi personaggi, sempre attento a narrarne scossoni e derive. Per una storia che è uno scorcio di vita, e come tale non ha inizio né fine. E che non ci meraviglieremmo di vedere espansa (chissà) in ulteriori pellicole.

Trailer:

PRO

Quello proposto da Linklater è un vero e proprio viaggio nel tempo: una full immersion in un preciso scorcio di un’epoca (e di una stagione della vita) di cui ci vengono restituiti con fedeltà i rituali, i simboli, le fallaci esaltazioni e le inevitabili cadute. Il contenitore chiassoso e rutilante di questa istantanea generazionale (non) cela la sua attitudine malinconica, lo sguardo ricco di calore ed empatia per individui colti (tutti) in una fase di intrinseca fragilità. La sceneggiatura, sviluppata su un racconto volutamente rapsodico, approfondisce al meglio i tratti di tutti i personaggi, compresi quelli secondari; non lasciando che la figura del protagonista (un apprezzabile Blake Jenner) oscuri il ritratto collettivo, consapevolmente sopra le righe, che il regista fa dell’ambiente in cui ci fa immergere. Ritratto aiutato da prove attoriali di buon livello, e vivificato da una ricostruzione d’ambiente di pregevole (e credibile) fattura.

CONTRO

Preciso e puntuale com’è nella ricostruzione delle sue storie, capace di suscitare risate e commozione, istintivi e non mediati, senza escludere cuore e cervello, Tutti vogliono qualcosa non ha veri difetti. Lo spettatore che conoscesse solo il Linklater del trittico interpretato da Ethan Hawke e Julie Delpy, o quello di Boyhood, potrebbe forse restare perplesso dall’evidente cambio di registro qui mostrato: cambio che è in realtà un ritorno alle origini, e che testimonia della natura eclettica e versatile di un cineasta tra i più importanti degli ultimi anni. Viene da ipotizzare, dalla mera visione del film nella sua versione doppiata, che la resa dei dialoghi (vero punto di forza dell’opera) sarebbe stata ancora migliore, e più ficcante, con un’ipotetica visione in lingua originale. Un “difetto”, verosimilmente, solo temporaneo, che comunque non dovrebbe assolutamente allontanare lo spettatore dalla visione del film.

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Marco Minniti

 
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