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TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Film scritto e interpretato in modo perfetto, iperrealistico quanto credibile, equilibrato nello sguardo sui personaggi ed elegante nella messa in scena.

Contro


Non ci sono difetti di sorta. Un apparente, lieve allungamento artificioso della vicenda nel finale, viene subito giustificato dalla sequenza conclusiva.


In breve

Sono passati sette mesi da quando la giovane figlia di Mildred Hays, sedici anni, è stata brutalmente stuprata e uccisa nella cittadina di Ebbing, Missouri. Distrutta dal dolore, amareggiata per l’inerzia della polizia che non ha ancora effettuato nessun arresto, la donna noleggia tre cartelloni pubblicitari su una strada appena fuori città, esponendovi tre messaggi che suonano come un attacco diretto allo sceriffo Bill Willoughby, che la donna reputa il primo responsabile dell’impunità dell’omicida. Le autorità del posto, preoccupate per l’iniziativa di Mildred, cercano in tutti i modi di far rimuovere i messaggi, passando dalle pressioni formali e informali all’intimidazione: ma la donna continua imperterrita la sua battaglia, decisa a non far dimenticare il caso di sua figlia. Nel frattempo, la popolazione locale, che al tempo del crimine aveva solidarizzato con Mildred, sembra ora schierata compatta dalla parte dello sceriffo…

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Posted 15 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Dramma nerissimo virato in commedia iperrealistica, lucida e cinica analisi antropologica di una piccola comunità del sud degli Stati Uniti, presentata come immobilizzata in schemi mentali e modelli valoriali che si reiterano sempre uguali a se stessi, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è stato il recente trionfatore ai Goldeng Globes (quattro riconoscimenti, tra cui quello per il miglior film), preparandosi a un analogo, possibile ruolo da protagonista nella prossima Notte degli Oscar. Un risultato che segna il grande salto, nella considerazione di pubblico e critica, per il regista britannico Martin McDonagh, già commediografo di successo, formatosi cinematograficamente nell’ambito del panorama indie inglese, ora approdato definitivamente nell’alveo hollywoodiano.

Con echi del cinema dei fratelli Coen (con le migliori opere dei quali condivide la protagonista Frances MacDormand) ma con un surplus di amarezza e disincanto nell’approccio al materiale (narrativo, umano) che lo compone, il film di McDonagh mette in scena una vicenda dolorosa e lacerante col piglio della commedia indie, dello sberleffo iperrealista, della favola contemporanea nera che ride di tutto, in primis di se stessa. Sono risate molto amare, che tuttavia non escludono, nel dipanarsi della storia, un fondo di speranza. L’apparente manicheismo della vicenda si complica e problematizza presto, i personaggi appaiono tutti scissi, sospesi tra la ricerca di una giustizia personale e l’allentamento di un legame comunitario di cui è rimasta solo l’eco, la sbiadita facciata.

Il dramma della protagonista, e di quei tre cartelloni che svettano nella polverosa notte di una strada fuori mano del Missouri, emblema di una coscienza che non ha gli strumenti per farsi azione, diviene dramma collettivo, una ballata che racconta da dentro una comunità esasperandone i tratti patologici, le idiosincrasie, l’incapacità di leggere l’umanità dei suoi singoli membri. Il linguaggio è quello di un cinema che utilizza al meglio i meccanismi della commedia grottesca, la recitazione improntata al parossismo di tutti i suoi protagonisti (perfetti nell’alchimia, a partire dalla MacDormand e da Sam Rockwell), persino gli incastri del thriller, per comporre un affresco collettivo di grande complessità e pregnanza umana.

Trailer:

PRO

Il film di Martin McDonagh ha dalla sua un meccanismo narrativo pressoché perfetto, una scrittura di grande equilibrio e credibilità, che esaspera i dialoghi e le situazioni solo quel tanto che basta per indurre consapevolmente la virata al grottesco, la risata amara che tuttavia non cancella il portato tragico (dalla concretezza quasi tangibile) della vicenda a cui assistiamo. Sfruttando una tecnica narrativa tesa allo svelamento progressivo dei singoli personaggi, (in)seguiti e analizzati nella loro complessità utilizzando velocità diverse (l’ultimo ad apparire “a tutto tondo” è quello di Sam Rockwell) McDonagh compone un affresco dalla straordinaria credibilità, la cui iniziale, apparente graniticità si spezza e problematizza nell’analisi dei suoi stessi rituali (le battute razziste, gli atteggiamenti maschilisti, le bevute notturne nel bar locale), mostrando una complessità che è quella della vita. Film di scrittura e d’attori, Tre manifesti a Ebbing, Missouri si giova anche di una fotografia accattivante, di alcune soluzioni estetiche di gran rilievo (due sequenze in particolare, che vedono il fuoco protagonista, restano impresse a lungo), di una direzione degli interpreti che organizza al meglio il suo materiale, sostanziando in modo perfetto la natura collettiva del racconto. Un risultato prezioso, capace di intrattenere col piglio del miglior cinema popolare, andando tuttavia a comporre un racconto umano di grande respiro e sostanza.

CONTRO

Non si rilevano veri e propri difetti, nel film di McDonagh. Nella frazione finale, qualcuno potrebbe forse rilevare una leggera tendenza alla procrastinazione della conclusione, un allungamento apparentemente artificioso della vicenda, che tuttavia trova presto la sua giustificazione nell’ultima, significativa sequenza. Nonostante la qualità comunque discreta del doppiaggio, la nostra raccomandazione è quella di optare (laddove possibile) per la visione in lingua originale.

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Marco Minniti

 
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