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TOMB RAIDER

 
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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Film dalla buona regia e dal ritmo sostenuto, che ha il merito di dare spessore a un personaggio che in passato il cinema aveva oltremodo maltrattato.

Contro


La sceneggiatura resta il tallone d’Achille del film, con uno svolgimento fin troppo esile e lineare, e comprimari bidimensionali.


In breve

La giovane Lara Croft, figlia del magnate e archeologo Lord Richard, sbarca il lunario con lavoretti saltuari, rifiutandosi di entrare in possesso dell’enorme patrimonio di famiglia: suo padre, infatti, è stato dichiarato disperso in una delle sue spedizioni, e la ragazza, che non ha mai disperato di ritrovarlo in vita, rifiuta fermamente di firmare i documenti che ne attesterebbero la morte. Quando Lara viene in possesso di una lettera scritta da Richard, a lei indirizzata, contenente una misteriosa chiave, l’enigma sull’ultimo viaggio di suo padre sembra iniziare a sciogliersi: l’uomo si sarebbe infatti recato su un’isola al largo delle coste del Giappone, alla ricerca del corpo di un’oscura regina. Nella lettera, Richard fa anche cenno a una misteriosa organizzazione che sarebbe interessata alla scoperta, e di cui riteneva necessario contrastare le mire. Lara, rinvenendo così una traccia della possibile ubicazione di suo padre, decide di mettersi alla sua ricerca.

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Posted 16 marzo 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo il non esaltante trattamento che il cinema ha riservato, ormai oltre un decennio fa, alla più famosa eroina della storia dei videogiochi (nei dimenticabili Lara Croft: Tomb Raider e Tomb Raider – La culla della vita, risalenti rispettivamente al 2001 e al 2003), il personaggio di Lara Croft sembrava ormai condannato, cinematograficamente parlando, a un precoce oblio. A rimettere in discussione questo assunto, sospinto dal recente reboot della stessa saga videoludica (il Tomb Raider del 2013, frutto della rielaborazione del personaggio ad opera della scrittrice Rhianna Pratchett) arriva ora questo nuovo film, che punta a dare finalmente spessore cinematografico a un personaggio che, nella sua concezione, proprio dal grande schermo tante suggestioni aveva tratto.

La regia di un cineasta giovane e già molto apprezzato come il norvegese Roar Uthaug, una produzione di livello medio-alto (il budget ammonta a 94 milioni di dollari), una location dal fascino esotico (un’isola giapponese ricreata negli esterni dell’africana Cape Town) e una protagonista lanciata come Alicia Vikander, mostrano chiaramente le ambizioni di questo nuovo Tomb Raider, pensato come possibile primo episodio di un nuovo e ipotetico franchise. Un franchise che, nelle intenzioni della produzione, potrebbe essere incluso in un universo condiviso con altre, programmate trasposizioni videoludiche (Just Cause, Hitman, Deus Ex, Thief), e la cui prosecuzione viene chiaramente richiamata (diremmo auspicata) nella conclusione della vicenda.

Una vicenda qui più attenta, rispetto a quanto accadeva nelle precedenti incarnazioni del personaggio, a delinearne il background, preoccupandosi di fornire un convincente sfondo a quella che viene presentata come la “formazione” per l’ancor giovane eroina. Al centro del racconto, il cui intreccio è mutuato nelle sue linee principali dal plot del videogioco del 2013, il leggendario regno medievale di Yamatai, guidato dall’oscura e pericolosa regina Himiko: nomi e suggestioni, questi ultimi, che tante volte sono finiti nella narrativa popolare e nella cultura di massa nipponiche (e non solo), a partire da un anime iconico per tanti quarantenni dell’attuale generazione, quello di Kotetsu Jeeg o (come lo conosciamo in Italia) Jeeg Robot d’Acciaio.

Trailer:

PRO

Dai valori produttivi nettamente più alti rispetto ai due episodi del decennio scorso, il nuovo Tomb Raider si giova di una buona regia, di un ritmo sostenuto, di una messa in scena per larghi tratti accattivante. Il plot avventuroso, pur nella sua semplicità, incuriosisce e coinvolge immediatamente, mentre la parte iniziale del film è costruita (con intelligenza) allo scopo di far entrare con naturalezza lo spettatore nel mondo dell’eroina. Un’eroina che, col volto di un’efficace Alicia Vikander, acquista finalmente uno spessore tridimensionale, grazie a un racconto teso a cogliere (soprattutto) la sua “formazione”. Va segnalata, da parte del giovane ma già esperto Roar Uthuag (al suo attivo il disaster movie The Wave) una efficace concezione e direzione delle sequenze d’azione, oltre a un pregevole piano sequenza posto a metà film, a conferma di una buona attenzione per la “confezione” generale del film.

CONTRO

Pur distaccandosi (in meglio) dai due film interpretati da Angelina Jolie, questo reboot ha ancora una volta nella sceneggiatura il suo punto debole, segnalandosi per un plot oltremodo esile e fin troppo lineare, e per una deludente costruzione e resa dei personaggi. Si fa fatica, a più riprese, a sospendere l’incredulità di fronte alle peripezie vissute dalla protagonista, ma non è neanche questo il problema principale del film: il punto, piuttosto, è che siamo di fronte a una vicenda che si svolge esattamente nel modo che ci si aspetterebbe, con un climax mal gestito e una quest che viene risolta in modo affrettato e superficiale, punteggiata da comprimari (a partire dal villain col volto di Walton Goggins) che restano poco più che figurine. La stessa spalla dell’eroina, il marinaio interpretato da Daniel Wu, si rivela praticamente sprecato, restando assente dalla storia per tutta la sua fase centrale. Alla fine del film, resta soprattutto l’amaro in bocca per una vicenda che dà l’impressione di essere (più che altro) un gigantesco prologo, una preparazione a una prosecuzione della serie che (pur adocchiata nell’esplicito finale) è in realtà tutt’altro che scontata.

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Marco Minniti

 
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