non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

THE VISIT

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Ben diretto, capace di sfruttare efficacemente le logiche del genere, con un efficace crescendo di tensione.

Contro


Un po' pretestuoso nello spunto iniziale, a tratti poco credibile, non adatto a chi non ami il sottogenere del found footage.


In breve

Paula è una donna separata, madre di due ragazzini: Rebecca, di quindici anni, e Tyler, di tredici. La donna non vede e non parla con i suoi genitori da quindici anni: da quando, cioè, abbandonò la casa di famiglia per andare a vivere, contro il parere dei due, con un uomo molto più grande di lei. Ora, dopo che l’uomo ha abbandonato Paula e i suoi figli per iniziare una nuova relazione, l’anziana coppia ha deciso di riallacciare i contatti con la figlia, e di conoscere i nipoti. I due ragazzi passeranno una settimana nella vecchia casa dei nonni, in Pennsylvania; Rebecca, aspirante filmaker, decide di documentare la visita realizzandone, con l’aiuto di suo fratello, un filmato. Il soggiorno dei due ragazzi inizia nel migliore dei modi, con i due anziani che si mostrano simpatici e accoglienti: tuttavia, a Rebecca e Tyler viene chiesto di non uscire mai dalla loro stanza dopo le 21.30, e di non entrare in cantina. Col passare del tempo, i due fratelli vedono moltiplicarsi i comportamenti strani da parte dei nonni: lei si intromette in un loro gioco a nascondino, spaventandoli; lui si reca più volte, enigmaticamente, nel capanno vicino alla casa. Quando i due trasgrediscono il “coprifuoco” notturno, spiando i comportamenti della nonna nella casa buia, capiscono che il problema è più serio di quanto potesse sembrare…

0
Posted 3 dicembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

A due anni dal precedente After Earth (film su commissione, gravato dalla pesante influenza del protagonista e produttore Will Smith) M. Night Shyamalan cambia radicalmente registro e dimensioni produttive. Il cineasta americano, in cerca di un riscatto dopo i deludenti riscontri di critica e box office dei suoi ultimi lavori, ha tentato stavolta la carta di una produzione indipendente: per far ciò, si è affidato alla factory di Jason Blum (sorta di nume tutelare per tutto il cinema di genere indipendente dell’ultimo decennio) e a un filone come quello del found footage horror. Questo The Visit, per il cinema di Shyamalan, rappresenta la prima incursione in un genere apparentemente lontano dall’estetica del regista; tuttavia, la mente corre qui a una delle sequenze più d’effetto di Signs (l’apparizione improvvisa dell’alieno in un filmino amatoriale) che offriva un piccolo saggio della capacità di Shyamalan di sorprendere (e spaventare) anche con un approccio più sanguigno e viscerale all’immagine. Di quell’approccio, questo nuovo lavoro è imbevuto, senza tuttavia che siano tralasciate alcune delle tematiche ricorrenti del regista: il nucleo familiare come rifugio e fonte di calore, spesso minacciato dall’esterno; i legami spezzati e oggetto di un faticoso tentativo di ricomposizione; il seminterrato come luogo topico per la trama, custode di segreti o punto di svolta narrativamente fondamentale. In un approccio generalmente più libero e personale di quello mostrato nei precedenti lavori, il regista riannoda un fil rouge che pareva in parte spezzato con le sue prime regie, mostrando una nuova via possibile per il suo cinema.

Trailer:

PRO

In un filone dai paletti piuttosto stretti, come quello del found footage, Shyamalan riesce a mostrare inventiva e personalità, sfruttando al meglio la cornice della trama e le caratteristiche dell’ambientazione. I due diversi filmati realizzati dai due fratelli, di cui vediamo una sorta di montaggio successivo, rappresentano ovviamente una trovata pretestuosa per dare una forma cinematografica al prodotto: trovata che tuttavia, nella sua semplicità, si rivela efficace. Si nota un approccio nettamente più personale di quello rilevato nei precedenti film del regista (specie parlando di opere su commissione come L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth) unitamente a un ritorno ad alcune delle sue tematiche predilette, e a una gestione della narrazione ormai immediatamente riconoscibile. La scansione temporale aggiunge fascino e atmosfera al racconto, mentre la sceneggiatura organizza efficacemente in un crescendo i segni di minaccia che progressivamente si stringono intorno ai due ragazzini. Shyamalan riesce a inserire in una struttura fortemente codificata (diremmo persino stereotipata) un’evidente impronta melò; sia nello spunto da cui tutta la trama muove (l’abbandono, quello della giovane donna al nido familiare, e quello successivo del suo compagno) sia nella descrizione delle sue conseguenze. In uno svolgimento, inoltre, libero dalla retorica un po’ pedante che aveva caratterizzato altre opere del regista.

CONTRO

Lo spunto di partenza, una volta svelati i contorni della trama, si rivela leggermente pretestuoso: evitando (ovviamente) di fare rivelazioni, ci limitiamo a dire che il tutto si regge su una serie di presupposti obiettivamente un po’ esili. Siamo, comunque, dalle parti di un prodotto di genere di cui bisogna accettare anche logiche che (a volte) prescindano dalla credibilità. Un altro appunto che si può muovere al film è quello di muoversi strettamente all’interno dei recinti del genere, e quindi di mostrare, inevitabilmente, scarsa originalità. Bisogna inoltre fare la considerazione (piuttosto ovvia) che il film non è rivolto a chi non ami il sottogenere del found footage, filone di cui vengono rispettate sostanzialmente tutte le regole.

GALLERY

Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Tumblr

Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)