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THE SPACE BETWEEN

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Film dalla confezione elegante, visivamente non privo di fascino, con un interessante sguardo sugli ambienti che fanno da teatro alla storia.

Contro


La convenzionalità del soggetto lascia poco spazio alla ricerca personale, non supportata da uno script difettoso e stereotipato.


In breve

Marco, ex chef di talento, che per vicissitudini familiari è stato costretto a rinunciare alle proprie aspirazioni, conosce casualmente Audrey, una ristoratrice australiana. La donna, colpita dal talento del giovane, offre a Marco un lavoro presso la sua catena di ristoranti, a Melbourne; il giovane, tuttavia, impreparato di fronte all’idea di cambiare vita e di lasciare per la seconda volta la sua città, rifiuta la proposta. Poco dopo, la vita di Marco subisce un’improvvisa e drammatica scossa con la scomparsa di Claudio, il suo migliore amico. La tragedia lascia Marco devastato e incapace di reagire; ma l’incontro casuale con Olivia, giovane australiana di passaggio in città, gli fa intravedere un’imprevista luce in fondo al tunnel, oltre a una concreta possibilità di perseguire di nuovo i suoi sogni.

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Posted 5 maggio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Se le co-produzioni internazionali in genere, nel corso degli ultimi decenni, sono diventate un fatto sempre più raro per un cinema nostrano costantemente autoreferenziale e ripiegato su se stesso, una co-produzione tra Italia e Australia qual è questo The Space Between, va salutata come un’assoluta novità. Proprio di questa novità, e della sinergia tra forze produttive mirate a dare al film un appeal il più possibile internazionale, si nutre l’esordio nel lungometraggio di Ruth Borgobello, regista italo-australiana già messasi in luce con alcuni apprezzati cortometraggi. L’ambientazione friulana (suddivisa tra Udine e la circostante provincia) non nuoce a un look che guarda in primis all’indie europeo e americano, debitore in gran parte all’elegante fotografia dell’esperta Katie Milwright.

Proprio lo sforzo evidente di dare a una classica love story, le cui coordinate sono state affrontate tante volte dal nostro cinema recente, un respiro e una fattura maggiormente internazionali, è la caratteristica che per prima balza all’occhio di questo The Space Between. Fin dall’onirica apertura del film, specchiatasi poi nella fascinazione mostrata per certi esterni urbani e naturali, le aspirazioni della regista sembrano essere quelle di uno sguardo personale, di una ricerca a fondo nella materia del (melo)dramma, capace di dare un’angolazione inedita a una vicenda di lutto, amore e (in)capacità di perseguire i propri sogni. Proprio nell’efficace, cruda e poco convenzionale gestione del principale passaggio narrativo del film, e nella parallela quanto (nelle intenzioni) imprevedibile evoluzione dei due personaggi principali, si riassumono le ambizioni di questo esordio.

Trailer:

PRO

Lo sguardo mostrato dalla regista sugli ambienti della città e su quelli dei suoi immediati dintorni, il tentativo di trovare una corrispondenza tra i (diversi) mondi interiori dei protagonisti, e gli umori dell’ambiente sociale che si agita loro intorno, mostrano una ricerca estetica certo da non sottovalutare. L’elegante ma sobria regia, unita alle finezze della fotografia, sono testimoni dello sforzo di allontanarsi da tanto italico cinema “borghese” contemporaneo; con un’attitudine indagatrice che, pur laddove affonda in una materia tanto trattata da apparire ormai usurata, cerca comunque di conferirvi un’angolazione e un punto di vista il più possibile personali. L’interessante conclusione della vicenda, che contraddice e (in una certa misura) frustra le aspettative dello spettatore, sta a testimoniare proprio di questa operazione di ricerca, mostrando anche una buona dose di coraggio.

CONTRO

Nonostante le buonissime intenzioni, The Space Between resta in gran parte vittima della convenzionalità dei suoi temi, non sfuggendo alle maglie di un “formato” con poche o nulle possibilità di reinterpretazione. Le finezze estetiche del film, non supportate da una sceneggiatura che si limita ad abbozzare personaggi e interazioni, senza scavare davvero nelle loro motivazioni, restano inerti e fini a se stesse; la cattiva fattura dei dialoghi, a volte involontariamente improntati al grottesco, rende difficoltose l’immedesimazione e l’empatia. Il personaggio di Claudio, amico del protagonista, la cui tragica fine fa da trigger narrativo alla storia, resta in ombra e poco leggibile; mentre lo stesso tema del lutto è meramente abbozzato, con implicazioni che lo script preferisce dare per scontate, piuttosto che preoccuparsi di esplicitarle. La poco convinta recitazione del protagonista Flavio Parenti (in difficoltà specie nei momenti emotivamente più espliciti) non giova ad un film che mostra certo una buona eleganza nella confezione, soffrendo tuttavia di una scrittura eccessivamente convenzionale e superficiale.

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Marco Minniti

 
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