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THE PROGRAM

 
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Pro


Tema di grande interesse, interessante riflessione sul cinema e sull'essenza dell'immagine, ottima prova del protagonista Ben Foster.

Contro


Debole come biopic, raramente riesce a far emergere l'uomo-Armstrong dietro l'icona. Montaggio inutilmente frammentato, a tratti confuso.


In breve

1999-2005: sette anni in cui il mondo del ciclismo vive quella che sembra una favola, una storia di riscatto sportivo e umano dai contorni epici. Lance Armstrong, ciclista statunitense, conquista infatti per ben sette volte consecutive il Tour de France, tra i tre giri più importanti dell’intero panorama ciclistico mondiale. Armstrong, dopo due anni di lotta con un tumore ai testicoli, torna infatti ai massimi livelli e, contro tutte le previsioni, arriva nell’Olimpo dei grandi del ciclismo: l’atleta americano diviene inoltre, con la sua fondazione benefica, un vero e proprio simbolo della lotta contro il cancro. Parallelamente, però, il mondo del ciclismo è scosso dalle inchieste sul doping, e una serie di nubi si addensano anche intorno alla figura di Armstrong: le accuse principali fanno capo al giornale britannico Sunday Times e al suo giornalista David Walsh, autore di una serie di libri-inchiesta incentrati sul rapporto del ciclista col medico italiano (già condannato per frode e doping) Michele Ferrari. Armstrong respinge dapprima, sdegnosamente, le accuse, vincendo anche una causa per diffamazione contro il quotidiano britannico: ma, quando il suo compagno di team Floyd Landis confessa l’uso abituale di EPO, l’immagine del ciclista sembra di nuovo vacillare.

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Posted 5 gennaio 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Non è la prima volta che Stephen Frears si cimenta nel biopic, in particolare in quello sportivo: nel 2013, infatti, il regista aveva diretto il televisivo Muhammad Ali’s Greatest Fight, incentrato su un’altra figura iconica dello sport statunitense, quella del pugile Cassius Clay/Muhammad Ali. Un percorso, quello scelto per questo The Program, che tuttavia diverge nettamente da quello adottato da Frears per la sua opera di due anni fa: se, in quel caso, non c’erano interpreti a impersonare Ali, con la ricostruzione della figura del pugile affidata interamente a interviste d’epoca (con un’interessante mescolanza di cronaca e fiction) qui Lance Armstrong assume le fattezze, il corpo e l’attitudine dell’attore americano Ben Foster. Un approccio opposto, quasi a sottolineare il diverso atteggiamento del regista verso le due figure: un eroe reale, rivestito di un’aura quasi sacrale, e quindi restituito al pubblico nelle sue effettive fattezze, da una parte; un’icona di plastica, costruita a tavolino e risultato di una frode reiterata e programmatica, dall’altra. E Ben Foster, con la sua impressionante somiglianza col ciclista americano, risponde al meglio alla chiamata, rivelando un’aderenza quasi mimetica al personaggio: vivendone ascesa e caduta insieme al regista, che da par suo non rinuncia comunque alla mescolanza tra ricostruzione e immagini di repertorio: quelle che qui segnano i trionfi dell’atleta americano, pezzi di storia sportiva recente, e tuttavia già consegnata a una cronaca impietosa.

Trailer:

PRO

Assistere, sullo schermo, a una parabola come quella di Lance Armstrong, è un’esperienza che fa riflettere su quanto illusoria, nello sport come nella società odierni, sia la costruzione immaginifica delle icone. Una costruzione che prescinde sempre più dal suo referente, e che il cinema contribuisce a perpetrare ed ampliare: un aspetto interessante del film di Frears, infatti, è proprio la sua componente metacinematografica, più volte ribadita dalla stessa sceneggiatura (in più di una scena, infatti, Armstrong e i suoi compagni auspicano e immaginano un film dedicato alla loro vicenda, arrivando persino a ipotizzarne gli interpreti). Va poi rimarcato il vigore della seconda parte del film, quella in cui l’inchiesta del giornalista David Walsh (efficacemente interpretato da Chris O’Dowd) fa stringere sempre più la morsa delle rivelazioni intorno alla figura del protagonista: una stretta che mostra, progressivamente, un Armstrong sempre più solo, improbabile sovrano di un regno che lentamente si sgretola. Ma il pregio principale di The Program resta la prova di un notevole Ben Foster: un Armstrong incredibilmente somigliante al suo modello, ma soprattutto animato da un’attitudine cinica e sanamente respingente che (mentre assistiamo sullo schermo ai suoi trionfi) si sforza al massimo di mostrarci l’uomo dietro l’icona.

CONTRO

In passato più che a suo agio nella dimensione del biopic (non solo quello sportivo: tra i suoi titoli più celebrati c’è infatti il fortunato The Queen – La regina) Stephen Frears sembra qui faticare a trovare la giusta chiave di lettura per raccontare un personaggio come quello di Armstrong. Malgrado Foster faccia tutto il possibile per restituire tanto la dimensione pubblica, quanto quella privata della figura del ciclista americano, la seconda resta fatalmente sacrificata: fin dall’inizio, la sete di fama e la mancanza di scrupoli morali di Armstrong sono presentate come dato acquisito, auto-evidente, senza uno sguardo biografico che le sostenga e le giustifichi. Un carattere monodimensionale, che l’abilità del suo interprete non riesce a far emergere al di fuori della sua sommaria descrizione; una figura con cui non solo il pubblico non riesce ad empatizzare, ma che neanche viene mai realmente compresa, esperita. L’uomo-Armstrong, che si vuole celato dietro la sua immagine di carta, si rivela paradossalmente altrettanto inconsistente della sua icona. Unitamente a questo limite (piuttosto grave per un biopic) va sottolineata la struttura frammentata, a volte inutilmente spiazzante, della narrazione: un montaggio a tratti frenetico, che, nel suo alternare episodi pubblici e privati, fiction e immagini di repertorio, spesso complica e appesantisce oltremodo la visione. Va infine rimarcata la discutibile scelta di Guillaume Canet per il ruolo del medico ferrarese Michele Ferrari: non che Canet non sia un interprete valido (tutt’altro) ma la sua dizione italiana risulta a dir poco forzata. Forse, per una volta, il doppiaggio non sarebbe stata una soluzione deprecabile.

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Marco Minniti

 
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