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THE POST

 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Film lucido, rigoroso, calibrato e attento nella scrittura e sobrio nella messa in scena. Una ricostruzione credibile e a tutto tondo di un evento-chiave per la storia americana, e di un’intera epoca.

Contro


Non ci sono veri difetti. Il film necessita, per la sua fruizione, di un certo grado di attenzione, visto il gran numero di personaggi e di sottotrame presenti.


In breve

Dopo aver constatato, sul posto, la follia e il carattere fallimentare dell’avventura americana in Vietnam, l’analista militare Daniel Ellsberg decide di compiere un atto radicale: l’uomo accede al corposo dossier commissionato, anni prima, dal Segretario della Difesa Robert McNamara, lo fotocopia di nascosto e ne fornisce il contenuto al New York Times, principale quotidiano nazionale. Il contenuto dei documenti, finora coperti da segreto militare, è esplosivo: vi sono documentati infatti 20 anni di attività illegali sul territorio vietnamita, di manovre belliche in luogo delle operazioni di intelligence ufficialmente propagandate, di ammissioni esplicite che si trattava di un conflitto impossibile da vincere. Quando le prime rivelazioni vengono rese note dal Times, la reazione del governo è rabbiosa, tradotta in un’ingiunzione ufficiale a cessare la pubblicazione. Nel frattempo, il Washington Post, quotidiano locale sotto la guida dell’editrice Katharine Graham e del direttore Ben Bradlee, si attiva per arrivare allo stesso materiale pubblicato dal Times. Il reporter Ben Bagdikian giunge fino a Ellsberg, e riesce a mettere le mani sui documenti mancanti del dossier. Il progetto, rischioso, è quello di rendere pubbliche le restanti informazioni, mettendo definitivamente a nudo le macchinazioni degli ultimi quattro governi…

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Posted 26 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo il break de Il GGG – Il grande gigante gentile, in cui il cinema di Steven Spielberg aveva riscoperto la sua dimensione fiabesca e di metafora della crescita personale, con questo The Post il regista torna ad immergersi direttamente nella storia americana, riesaminandola dal suo personale punto di vista. Un proposito, quest’ultimo, che ha attraversato trasversalmente tutta la carriera di Spielberg (anche quella più apparentemente improntata al cinema di genere), e che negli ultimi anni si è espressa in una forma sempre più pura, limpida, quella di un cinema classico che guarda all’epopea americana, che si bagna direttamente alla fonte del Mito, lo rielabora, lo celebra mettendone contemporaneamente a nudo l’illusorietà.

Se Il ponte delle spie guardava alla spy story, al noir immerso nel contesto della guerra fredda, a una divisione in blocchi adeguatamente problematizzata, qui siamo al genere del film-inchiesta, all’impegno civile e sociale, alla celebrazione del (contro)potere della stampa come cane da guardia della democrazia. Un filone che ha attraversato tutto il cinema statunitense, da Howard Hawks a Robert Redford, dai classici quali Tutti gli uomini del presidente ai recenti Il caso Spotlight e Truth – Il prezzo della verità. Prima ancora che il resoconto di un evento che avrebbe minato la credibilità delle istituzioni americane, dando una scossa all’opinione pubblica riguardo alla tragedia di ciò che stava accadendo in Vietnam, il film di Spielberg è la descrizione di un’epoca, di un sentire comune, della percezione di uno strappo tra potere e cittadini che si sarebbe approfondito ulteriormente di lì a poco.

Unitamente a questo, nella descrizione del personaggio dell’editrice Katharine Graham (che ha il volto di Meryl Streep) The Post fa un’analisi lucida sulla condizione femminile in un universo (quello dell’informazione) che, nell’approccio e nella composizione, era forse ancor più maschile rispetto agli altri settori che animavano la società civile americana: lo fa mettendo in primo piano una battaglia sociale che trova così un risvolto personale importante, in una figura che alterna in modo brillante e credibile fragilità e determinazione.

Trailer:

PRO

Lucido, diretto e caratterizzato dalla solita, eccellente direzione degli attori, The Post è un esempio di cinema che viene da lontano, che recupera un’intera tradizione (che ebbe il suo apice negli anni ‘70) ma la problematizza, riportandola al presente. Da liberal “critico” qual è, Spielberg non fa sconti a nessuno, nemmeno a quella stessa stampa di cui pure difende il ruolo, evidenziandone le collusioni e i compromessi (in un significativo dialogo, si evidenzia che lo stesso protagonista interpretato da Tom Hanks veniva “invitato a cena ogni settimana alla Casa Bianca durante la presidenza JFK”). In uno stile di regia che si fa qui essenziale, privo di orpelli, mettendosi totalmente al servizio delle necessità del racconto, a risaltare è la fisicità e la concretezza del quotidiano di una redazione, il suono e la consistenza delle rotative, il sentore quasi fisico della costruzione di un giornale, vista come un’impresa che ha in sé qualcosa di intimamente epico. Va inoltre rimarcata l’intelligente costruzione del personaggio interpretato da Meryl Streep, donna che (in un contesto intimamente dominato dal sesso maschile) decide di fare la scelta più rischiosa, facendosi portabandiera di una battaglia che travalica la contingenza del momento, assumendo un valore in certo qual modo universale. Un doppio binario (quello del rapporto potere/stampa, e quello del ruolo della donna all’interno del sistema dell’informazione) che è fin troppo facile far arrivare fino ad oggi, direttamente fino all’attualità e agli ultimi eventi di cronaca.

CONTRO

Il film di Spielberg non presenta reali difetti, potendo contare su una sceneggiatura attenta e molto calibrata, e su una regia priva di sbavature. Si può forse evidenziare una sobrietà registica insolita per il cineasta statunitense, tradotta in un’assenza di svolazzi e di orpelli di regia: ma è difficile considerare questa peculiarità (fortemente voluta) come un difetto. Va inoltre sottolineato (ma ci sembra una precisazione più che mai superflua da fare) che il film necessita di essere fruito con una certa attenzione, visti i suoi tanti personaggi e i vari subplot di cui il racconto si compone.

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Marco Minniti

 
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