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THE LOBSTER

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Ottima intuizione, affresco raggelato e grottesco, ma credibile, di un futuro non troppo lontano, ottimi interpreti.

Contro


Narrazione che nella sua seconda parte si fa spezzettata, lunghezza eccessiva, “gioco” che mostra alla fine il fiato corto.


In breve

In un futuro prossimo, nella società vige il rigido obbligo di avere un partner: i single, che siano tali per scelta o per caso, vengono arrestati e internati in un’apposita struttura (l’Hotel). Qui, dovranno trovarsi un compagno o una compagna entro 45 giorni: se non riescono nell’intento, vengono trasformati in un animale a loro scelta e liberati nei boschi. David, che è stato appena lasciato da sua moglie, varca le soglie dell’Hotel in compagnia del suo fidato cane; questi, in realtà, altri non è che suo fratello, in passato rimasto single e trasformato. Nella struttura, David entra in contatto con individui delle tipologie più varie: ma la sua attenzione viene attratta, in particolare, da una donna apparentemente priva di sentimenti, gelida nel suo approccio verso gli altri. Trovando relativamente facile fingere freddezza, David riesce ad avvicinarsi alla donna e a convincerla di essere compatibile con lei: i due, così, vengono messi insieme e trasferiti in una struttura separata, nella quale la loro relazione sarà tenuta sotto osservazione. Ma la finzione, per David, non sarà destinata a durare a lungo…

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Posted 10 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Tra i protagonisti di una new wave greca che, negli ultimi anni, ha ritratto angosce e contraddizioni di un paese che attraversa una fase delicata della sua storia, Yorgos Lanthimos è il cineasta che ha ricevuto, forse, la maggior considerazione critica. Merito di un pugno di titoli impostisi prepotentemente, anno dopo anno, all’attenzione del circuito festivaliero internazionale: tra questi, vanno ricordati il suo terzo lungometraggio, Kynodontas (selezionato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2009, e candidato all’Oscar per il miglior film straniero) e il successivo Alps (2011) che raggiunse il prestigioso traguardo del concorso nella Mostra del Cinema di Venezia (aggiudicandosi poi il Premio Osella per la Miglior Sceneggiatura). Cineasta ormai affermato, Lanthimos era pronto per uscire dal ristretto recinto della produzione ellenica: e questo The Lobster (premio della giuria nell’ultima edizione del Festival di Cannes) ha tanto il respiro internazionale, evidente anche nel suo cast, quanto l’estetica e l’approccio delle precedenti opere del regista.

Co-produzione tra Grecia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi e Francia, il nuovo Lanthimos mostra la sua natura meticcia e cosmopolita anche nella sua trama: la sua ambientazione è volutamente imprecisata (ma le location sono irlandesi) mentre i luoghi e le loro denominazioni (la Città, la Foresta, l’Hotel) accentuano il carattere di distopica universalità del soggetto. Un soggetto in cui, di nuovo, il regista va scavare nella dialettica tra sfera privata e sfera sociale che caratterizza la contemporaneità, muovendosi all’interno delle sue contraddizioni e restituendola in uno specchio distorto, da incubo: un’immagine riproposta con divertito cinismo, raggelata nella sua voluta distanza dallo spettatore, immobilizzata in una fotografia cromaticamente spenta, ma dalla precisione e credibilità sufficienti per stimolare la partecipazione (intellettuale ed emotiva) di chi guarda.

Trailer:

PRO

Opera complessa e leggibile su diversi livelli, The Lobster è innanzitutto un riuscito e pregnante monito sulla moderna invadenza delle istituzioni nella sfera privata (e in particolare in quella affettiva), portato avanti con la sapienza di un Ray Bradbury contemporaneo. È singolare che il controllo (assoluto, pervasivo) esercitato dal potere sull’individuo sia esplicato, nel film, senza l’ausilio dei media: nel film non si vedono quasi mai televisori o computer accesi, quasi che questi abbiano esaurito il loro compito in un contesto in cui il controllo si esercita, ormai, senza il loro ausilio. Una società in cui la mediatizzazione è ormai un dato acquisito, e in cui il Grande Fratello non ha nemmeno più bisogno di un occhio, per esercitare il suo controllo (e l’elogio della cecità che il film, per reazione, sembra sostenere, ha in questo senso un valore emblematico). Lanthimos porta avanti queste tesi in una messa in scena raggelata, dai cromatismi spenti, con un’attitudine sanamente cinica: l’emotività è richiamata a un livello più profondo, che deve passare per l’accettazione dell’affresco (surriscaldato e sopra le righe) che il regista offre. Un affresco in cui il cast (a cominciare dai protagonisti Colin Farrell e Rachel Weisz, senza dimenticare le contrapposte villain Olivia Colman e Léa Seydoux) riescono in genere a trovare la giusta misura per l’approccio ai rispettivi personaggi.

CONTRO

Il “gioco” di Lanthimos ha probabilmente un carattere troppo intellettuale per essere compreso (e accettato) da tutti gli spettatori. Il rovesciamento speculare tra potere e contropotere, che il film opera nella sua seconda parte, desta il sospetto di un atteggiamento “a tesi”, troppo programmatico perché nel film non si ravvisi un po’ di maniera. Capace di tradurre al meglio in immagini le sue intuizioni, il regista greco le dilata in modo forse eccessivo, riducendo alcuni dei suoi personaggi (in special modo quelli negativi) a figurine, e mancando di sufficiente nitidezza (e fluidità) nella gestione generale del racconto. L’intuizione alla base del film, reiterata in due ore di durata, finisce per perdere parte del suo potenziale nel momento in cui lo spettatore l’ha fatta propria: quello della sceneggiatura, che nella seconda parte si fa episodica e spezzettata, è un approccio che mostra alla fine il fiato corto sul tema.

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Marco Minniti

 
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