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THE IDOL

 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Buona prima parte, innervata da un buon ritmo e da un interessante sguardo sull’infanzia dei protagonisti.

Contro


Affrettato, poco credibile, incapace di costruire un climax e una reale empatia col personaggio, il film affonda malamente nella sua seconda metà.


In breve

Gaza, 2005. Mohammed Assaf e sua sorella Nour vivono tra la loro casa e il parco giochi, come tanti loro coetanei, malgrado la tensione e la miseria che li circonda. Insieme agli amici Ahmad e Omar, hanno messo insieme una piccola band, col sogno di sfondare nel mondo della musica e farsi conoscere dal mondo. Ma nella vita di Mohammed, improvvisa, irrompe la tragedia: sua sorella, da poco scoperta una complicata malattia, muore improvvisamente in ospedale. Il sogno sembra infranto. Sette anni dopo, Mohammed è un universitario che si paga gli studi cantando ai matrimoni e guidando il suo taxi. Una sera, apprende casualmente alla tv che i provini per il reality Arab Idol, da tenersi al Cairo, sono aperti. Gaza è assediata e isolata, uscire dal suo territorio sembra impossibile: ma il ragazzo non vuole lasciarsi scappare l’occasione di realizzare il suo sogno. Rischiando, se necessario, anche il carcere e la vita.

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Posted 5 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Tra i nomi più rappresentativi dell’attuale cinematografia palestinese (già vincitore, col suo Omar, del premio della giuria nella sezione Un certain regard a Cannes 2013, candidato all’Oscar per lo stesso film e per il precedente Paradise Now), Hany Abu-Hassad si ispira qui a una vicenda che fece il giro del mondo, rappresentando motivo di orgoglio per il popolo di Gaza. La storia di Mohammed Assaf segna infatti una favola umana ed artistica (dalle inevitabili ricadute politiche) perfetta per essere adattata dal grande schermo; ideale emblema di un orgoglio nazionale che rifiuti i radicalismi e si declini in forma aperta ed inclusiva. Una parabola che contiene in nuce un’inevitabile carica celebrativa, e che deve fare i conti, nella sua rinarrazione cinematografica, con l’altrettanto inevitabile rischio della retorica; ma che diviene anche oggetto di un’interessante riflessione sul potere mediatico (nella fattispecie su quello di un “genere” come il reality) di farsi emblema e mezzo progressista, e tutto moderno, per istanze e rivendicazioni collettive.

The Idol si compone di una prima parte in cui viene narrata l’infanzia dei quattro protagonisti nel povero contesto urbano di Gaza, con uno sguardo che si appunta sul naturale ottimismo dei ragazzini, che trasfigura in modo quasi magico lo squallore che li circonda; e di una seconda in cui il protagonista, cresciuto, si trova a riprendere in mano, e a cercare di dare uno sbocco concreto, al suo sogno, affrontando rischi ben più grandi (ma con una posta in gioco ben più alta) di quelli già fronteggiati nella sua infanzia.

Trailer:

PRO

Oltre alla già ricordata (non nuova, ma comunque stimolante) riflessione sul potere di un medium come la televisione, in un contesto sociale caratterizzato da arretratezza come quello dell’odierna Gaza, The Idol può vantare una buona prima parte, con uno sguardo fresco e interessante sull’infanzia dei protagonisti. Il regista tenta qui la carta di uno Stand By Me urbano, mettendosi per buona parte “a misura di bambino”, dando a questa frazione del film un tono sognante e quasi fiabesco, che contrasta in modo efficace con la miseria urbana che l’occhio dello spettatore (adulto) ravvisa sullo schermo. Una prima parte innervata da un ritmo vivace e caratterizzata da un montaggio serrato e da una buona dose di humour; quasi a smentire lo stereotipo ancora vivo tra pubblico e critica occidentali, su un presunto carattere esclusivamente autoriale e art house delle cinematografie mediorientali.

CONTRO

Nonostante le interessanti premesse poste nella sua prima frazione, The Idol scivola successivamente, e nel modo peggiore, su una retorica d’accatto e di scarsa presa emotiva, che non riesce a far scattare l’empatia e dà per scontata l’adesione dello spettatore alla vicenda che trova rappresentata sullo schermo. La sceneggiatura mostra fin dall’inizio la tendenza a presupporre troppo sul piano della partecipazione empatica, facendo già nella prima parte un uso eccessivo delle ellissi narrative (che in certi casi si traducono in veri e propri buchi di trama) per descrivere l’evoluzione della vicenda; nella seconda metà del film, tuttavia, questi difetti si aggravano oltremodo, componendo un racconto schematico, arduo da accettare nelle sue premesse e nel suo svolgimento, privo di credibilità e sostanza narrativa. Troppo rapida, per come viene resa sullo schermo, la scalata del protagonista ai vertici della popolarità, praticamente assente la descrizione delle ricadute della sua impresa sulla comunità di cui fa parte. Il film, debole e infine annegato dalla retorica, non riesce a costruire un efficace climax che coinvolga davvero lo spettatore, e dissemina la ricostruzione della vicenda di una serie di snodi narrativi inverosimili: tutti elementi che decretano la complessiva non riuscita dell’operazione, malgrado le iniziali, buone premesse.

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Marco Minniti

 
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