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THE HABIT OF BEAUTY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Film dalla messa in scena elegante, mai tendente al formalismo, espressione di un cinema italiano che cerca strade nuove per raccontare storie umane non banali.

Contro


Sceneggiatura poco compatta, dall’incedere spesso episodico, con una cesura troppo netta tra la parte principale e quella conclusiva. Il ridoppiaggio italiano appiattisce sovente il tono dei dialoghi.


In breve

La vita di Ernesto ed Elena, coppia italiana che vive a Londra, cambia tragicamente dopo che un incidente stradale strappa loro il figlio Carlo, di dodici anni. La coppia si separa: lui, fotografo di successo, inizia a insegnare fotografia in carcere a ragazzi detenuti per piccoli reati, lei prosegue il suo lavoro di gallerista e cerca di ricostruirsi una vita accanto a un nuovo compagno. Tre anni dopo l’incidente, Ernesto scopre di essere malato di una grave patologia, che probabilmente gli lascerà poco tempo da vivere. A questo punto, l’uomo cerca di riavvicinarsi ad Elena, proponendole di allestire nella sua galleria la sua nuova mostra fotografica. Per realizzare quest’ultima, Ernesto chiede la collaborazione di Ian, giovane disadattato e talentuoso che ha conosciuto in carcere, e la cui situazione ha preso a cuore fino a trasformarlo nel suo pupillo.

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Posted 24 giugno 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Film italiano dal respiro internazionale, co-produzione italo-britannica realizzata (anche) col contributo del MiBACT, The Habit of Beauty segna l’esordio in un’opera di fiction del regista Mirko Pincelli, già documentarista e fotografo. Un background, quello del regista italiano, che si vede tutto in questa sua prima incursione nel lungometraggio di finzione, con un’ interessante attenzione agli ambienti e alla loro capacità di fondersi e rispecchiare lo stato d’animo dei personaggi. Dai boschi del Trentino, teatro della tragedia da cui muove la storia, alle strade della fredda metropoli londinese (e alle mura del carcere in cui lavora il protagonista), per spostarsi di nuovo nella natìa regione italiana, in una struttura circolare: un avvicendarsi di sfondi che diventa rappresentazione della temperatura emotiva della storia, oltre che graduale (ri)presa di contatto con le proprie origini per i due protagonisti.

Il film di Pincelli, giocato “in sottrazione” per la maggior parte della sua durata, poco esplicito nella messa in scena delle emozioni, si concede poche ma significative aperture melodrammatiche, oltre a una rappresentazione precisa e pungente del degrado di certa realtà proletaria londinese (ben incarnata dalla violenza che il giovane Ian deve subire una volta uscito dal carcere, e dal rapporto difficile con un nucleo familiare che ha respirato e assorbito quello stesso degrado). In tutto ciò, il regista prende per mano i suoi tre personaggi principali, guidandoli in un complicato (e a volte contraddittorio) percorso di ridefinizione personale, allo scopo di riconciliarsi con le rispettive biografie e di guardare con occhio diverso al futuro. Nei tre ruoli principali, gli affermati Vincenzo Amato e Francesca Neri a incarnare la tormentata coppia al centro della storia, nonché l’attore britannico Nico Mirallegro a vestire i panni del giovane “pupillo” Ian.

Trailer:

PRO

Al suo esordio in un lungometraggio di fiction, Pincelli mostra una notevole consapevolezza registica, un’eleganza nella messa in scena (fatta di riprese dall’alto, campi lunghi, nonché di una sempre presente attenzione per la composizione dell’inquadratura) che non risulta mai gratuita, ma costantemente collegata al clima che di volta in volta la storia assume. Un’impostazione figurativa che è senz’altro figlia dell’esperienza del regista nel campo della fotografia (tema non a caso al centro della storia) nonché del suo background di documentarista. Equidistante tanto dalle più stereotipate commedie che la produzione nostrana continua a sfornare a ritmo quasi incessante, quanto dagli altrettanto presenti drammi “borghesi” ben poco ancorati alla realtà, The Habit of Beauty rappresenta un altro esempio di cinema italiano da incoraggiare, per il respiro internazionale che esprime ma anche per la sua ricerca di soluzioni poco praticate, nella narrazione di una storia che poteva prestarsi a più di una stereotipia.

CONTRO

L’interessante film di Pincelli mostra il suo principale limite in una sceneggiatura poco compatta, che mostra una cesura forse eccessiva tra la parte ambientata in Gran Bretagna e quella successiva, che vede il ritorno della coppia protagonista in Italia: uno scollamento che nuoce in parte alla scorrevolezza della vicenda. Più in generale, si nota nello script un incedere un po’ troppo episodico, che (forse preoccupato di mantenere un equilibrio nei punti di vista adottati dai tre personaggi) non riesce quasi mai a fondere in modo armonico e coerente i diversi subplot corrispondenti alle loro storie personali. Va inoltre sottolineato che il ridoppiaggio in italiano, nella frazione inglese del film (specie relativamente alla prova della Neri) presenta più di un problema in termini di dizione, che finisce per ripercuotersi sul “tono” emotivo della storia.

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Marco Minniti

 
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