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THE GREAT WALL

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Visivamente ben costruito, dal buon ritmo, con un uso del 3D efficace seppur non strettamente necessario.

Contro


Narrativamente esile e poco ispirato nei dialoghi, ripetitivo nell’incedere e privo di sostanza e spessore.


In breve

Durante il periodo della Dinastia Song, una banda di mercenari stranieri, in cerca di polvere da sparo poco lontano dalla Grande Muraglia, viene inseguita da un gruppo di banditi Kitai. Gli uomini trovano rifugio in una caverna abbandonata, dove vengono attaccati e decimati da una creatura mostruosa. I soli due sopravvissuti, William e Tovar, riescono a uccidere il mostro e a tagliargli la mano. In seguito, i due mercenari arrivano alla Grande Muraglia, dove vengono presi prigionieri dai membri di una setta segreta, l’Ordine dei Senza Nome. Quest’ultima, guidata dal Generale Shao e dallo Stratega Wang, rivela ai due che ogni 60 anni si verifica il risveglio di una specie aliena ostile, i Tao Tei: la setta è stata istituita al solo scopo di difendere la muraglia dalle mostruose creature. I membri della setta, resisi conto dell’abilità dei due guerrieri, iniziano a valutare l’ipotesi di servirsi di loro per l’imminente battaglia…

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Posted 24 febbraio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Ormai divenuto un cineasta perfettamente integrato nei meccanismi produttivi della cinematografia ufficiale cinese, considerato da tempo (con un’enfasi inevitabilmente semplificatoria) il regista “di regime” della Cina Popolare, Zhang Yimou dirige con questo The Great Wall quello che è stato lanciato come il suo primo film in lingua inglese. In realtà, già il precedente I fiori della guerra era stato girato parzialmente in inglese, facendo uso di una star occidentale (lì Christian Bale); ma il concetto da rimarcare è che questo kolossal fantasy/storico è, di fatto, la prima co-produzione cino-americana del regista ad abbracciare esplicitamente il registro fantastico, e a far propri temi e modi estetici del blockbuster hollywoodiano.

Sembrano lontani i tempi in cui Zhang faceva conoscere al mondo (con opere come Ju Dou o Lanterne rosse) quella che fu definita come la “quinta generazione” di cineasti cinesi; il regista, ora, sembra aver sposato in toto un cinema industriale che sempre più accorcia le distanze tra Oriente e Occidente, in nome di un gusto da blockbuster “contaminato” in grado di intercettare le preferenze e le inclinazioni di entrambi i pubblici. Un’interpretazione peculiare (ma efficace) del concetto di globalizzazione cinematografica, che sposta in avanti l’assicella che già il regista aveva stabilito con i suoi spettacolari wuxiapian di un decennio fa (parliamo di Hero, La foresta dei pugnali volanti e La città proibita). L’intimismo (apparente) del recente Lettere da uno sconosciuto (2014) sembra per ora accantonato.

Trailer:

PRO

L’idea di grandeur cinematografica che emana da ogni fotogramma di questo nuovo film di Zhang Yimou (ma anche, va detto, da molto del suo cinema recente) ha certo la sua attrattiva. Qui, il ritmo è molto sostenuto, lo spettacolo si esalta nelle scenografie naturali del deserto fuori la Muraglia (integralmente ricostruita, a causa del divieto di girare in loco), la presenza di una star come Matt Damon favorisce immediatamente riconoscibilità e un livello minimo di empatia. Funziona abbastanza bene la colonna sonora del compositore tedesco-iraniano Ramin Djawadi (già autore dello score della celebrata serie Il Trono di Spade); così come funziona il mix di muscolarità peplum (incarnato anche nelle tenute e nelle armi dei guerrieri della setta) e di fisicità marziale, non priva di eleganza estetica, figlia della concezione del genere già portata avanti dal regista nei suoi wuxia. Lo stesso uso del 3D (pur non strettamente necessario) favorisce certo l’immersione nel mondo fantastico del film, con la messa in primo piano di alcune inquadrature esaltanti la profondità e la verticalità.

CONTRO

Lontanissimo dal suo periodo migliore (quello intercorso tra la fine degli anni ‘80 e l’intero decennio successivo), ormai piegato a un immaginario da blockbuster che il regista dimostra di saper maneggiare, ma che nondimeno ne appiattisce le qualità, il cinema di Zhang Yimou conferma in questo film tutti i suoi limiti più recenti. La grandiosità e pomposità visiva di The Great Wall si accompagna a un’esilità di trama dichiarata, ma non per questo meno stucchevole; la non giustificata enfasi “epica” (virgolette d’obbligo) del racconto si traduce presto in ripetitività, saturazione visiva e tedio. I poco credibili dialoghi si sommano a una prevedibilità sostanziale nei principali snodi narrativi, che certo non favorisce l’identificazione e il coinvolgimento emotivo spettatoriale; gli interpreti (con in testa un poco ispirato Damon) fanno il minimo indispensabile, non riuscendo a dar corpo e spessore a personaggi comunque delineati molto schematicamente. Va rimarcato, a questo proposito, lo spreco di un attore come Willem Dafoe, in un carattere da cui ci si aspetta quell’elemento di imprevedibilità che viene invece, puntualmente, frustrato. Ben costruito visivamente (almeno per il suo target) quanto privo di spessore e cuore, il film di Zhang resta quindi un blockbuster poco ispirato, conferma di un’involuzione artistica di cui ogni appassionato di cinema (memore dei trascorsi del regista) non può non rammaricarsi.

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Marco Minniti

 
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