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THE DRESSMAKER – IL DIAVOLO È TORNATO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Apprezzabile ritratto, iperrealistico ma credibile, di un microcosmo di provincia gretto e volgare, con al centro due attrici dall’ottima resa scenica e dal buon affiatamento.

Contro


La confezione del film sconfina a tratti nel formalismo, mentre l’incertezza di tono, sospeso tra commedia nera e melò, toglie coesione al racconto.


In breve

Siamo nel 1951. Tilly Dunnage, stilista affermata che lavora a Parigi, fa ritorno nel suo paese natale, una piccola e sperduta cittadina nel sudest dell’Australia. La ragazza è tornata a casa per occuparsi di sua madre Molly, una donna anziana e mentalmente instabile; ma anche per riannodare i fili col suo passato, segnato da un tragico evento di cui non ha un ricordo chiaro. Al suo ritorno, Tilly trova tra gli abitanti di Dungatar lo stesso clima di ostilità e disprezzo che, da bambina, la costrinse a lasciare il paese. Ma la sua abilità nel confezionare vestiti sempre più eleganti ed esotici finisce presto per conquistare (loro malgrado) i suoi rozzi concittadini. Tilly, che sta gradualmente ricostruendo un rapporto con l’anziana genitrice, trova persino l’amore, nella persona della star locale del football Teddy McSwiney. Ma il passato della ragazza deve ancora emergere dalla nebbia che lo ricopre; Tilly dovrà così confrontarsi presto (e in modo decisivo) con l’ottusità che la circonda…

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Posted 21 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Commedia nera al femminile, ambientata in un unico, suggestivo setting (un paesino sperduto nel deserto australiano) The Dressmaker – Il diavolo è tornato è la versione filmata del romanzo di esordio della scrittrice Rosalie Ham, successo editoriale del 2000. Il film di Jocelyn Moorhouse punta a indagare, col piglio e la struttura narrativa del thriller, segreti e orrori nascosti di una comunità ai confini del mondo, tanto coesa quanto decisa quando decide di emarginare il suo anello più debole. Una storia tutta interna al suo contesto socioculturale (la provincia australiana degli anni ‘50), virata al parossismo grottesco e all’accumulazione iperrealistica di storie e vicende più o meno torbide; al centro, la figura di una protagonista che fa un viaggio dentro un passato doloroso, espressione di un rimosso che vuole prepotentemente tornare in superficie.

Presentato nell’ultima edizione del Festival di Toronto, il film della Moorhouse mescola toni da commedia nera (con qualche riferimento alla costruzione figurativa di un Wes Anderson) a robuste dosi di (melo)dramma; risultandone in un ritratto sfaccettato, seppur virato al grottesco, di un complesso microcosmo sociale. A interpretare l’iconica protagonista, una Kate Winslet con la giusta dose di charme misterico, mentre a dare il volto a sua madre troviamo una Judy Davis dal piglio parossistico quanto giustamente emozionale. Completa il cast, tra gli altri, un Liam Hensworth reduce dal franchise di Thor e da quello di Hunger Games, nel significativo ruolo dell’uomo amato dalla protagonista.

Trailer:

PRO

Definito nella sua ambientazione e nei suoi riferimenti, il film della Moorhouse fa un apprezzabile e puntuale ritratto di un microcosmo retrivo, chiuso e bigotto, quasi scientificamente dedito all’emarginazione del più debole. Un ritratto al fulmicotone che non risparmia nessuno, a prescindere dall’età o dai ceti sociali; un affresco virato al grottesco ma credibile, reso in una fotografia dai colori saturi, calda quanto il sole che si immerge negli scenari del deserto australiano; e in una regia capace di sottolineare, con una sfrontata attitudine melò, i momenti emotivamente più densi del racconto. Efficace si rivela la struttura da “thriller della memoria” che lo script ha voluto dare alla storia; così come la valenza simbolica della figura della protagonista, una Winslet intensa ed obliqua. Notevole, seppur inevitabilmente sopra le righe, anche la prova della Davis; un personaggio credibile, che insieme alla star di Titanic dà vita ad un apprezzabile (seppur volutamente iperrealistico) bozzetto familiare.

CONTRO

Nella consistenza delle sue immagini, nella loro pulizia, così come nelle accattivanti geometrie dei suoi ambienti, in The Dressmaker si può rintracciare un certo (mal simulato) formalismo; un’attitudine che mal si attaglia al tono e ai propositi della storia. Il film della Moorhouse ha inoltre il limite di oscillare troppo meccanicamente, con una certa schizofrenia di tono, tra la commedia nera e un melò esplicito, contraddistinto da picchi emotivi anche molto intensi. In questa incertezza di atmosfera, che si traduce in scarsa coesione narrativa, il film finisce per perdere parzialmente il suo potenziale, e per non favorire quei meccanismi empatici che un soggetto del genere punta naturalmente a richiamare.

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Marco Minniti

 
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