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THE DEVIL’S CANDY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Horror interessante ed elegante nella messa in scena, che recupera in modo “serio” il vecchio accostamento tra storie dell’orrore e musica heavy metal.

Contro


Un po’ involuto sul piano narrativo, forse eccessivamente contratto in una durata (80 minuti) che non permette di delineare al meglio i personaggi e i loro rapporti reciproci.


In breve

Jesse è un pittore da sempre appassionato di musica heavy metal, che decide di trasferirsi con la sua famiglia in una casa isolata nel bel mezzo della campagna texana. Anni prima, la casa era stata teatro di una tragedia che aveva visto la morte della precedente coppia di proprietari, e la compromissione della salute mentale del loro figlio, Ray, rimasto in uno stato di instabilità. Poco dopo che Jesse, con sua moglie e sua figlia adolescente, si sono insediati nella tenuta, Ray va a far loro visita, reclamando confusamente il suo diritto di “tornare a casa”. La famiglia, spaventata, capisce poco a poco che Ray sta agendo in preda al volere di un’entità ultraterrena, dalle intenzioni malevole: la stessa entità che sembra, ora, voler minacciare anche la mente di Jesse…

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Posted 6 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Interessante horror indipendente, che per due anni è circolato attraverso vari festival internazionali (in Italia lo abbiamo visto al Torino Film Festival 2015), The Devil’s Candy rappresenta l’opera seconda per l’australiano Sean Byrne, che già aveva potuto dire la sua, nel genere, col torture movie The Loved Ones (2009). Un film, quello di Byrne, che recupera un accostamento vecchio di decenni (quello tra il genere horror e la musica heavy metal) spogliandolo tuttavia di qualsiasi derivazione ironica e parodistica: l’iconografia metallara, le sue simbologie, i suoni distorti (e più volte ripetuti) di una chitarra elettrica, sono qui parte inquietante di un tessuto narrativo tutto teso a suscitare inquietudine e spavento.

Quello di Byrne è un film che, al netto di un immaginario inevitabilmente stereotipato, di un armamentario estetico (quello della musica metal) che mostra attualmente tutti i suoi anni, è tutto giocato sul confine tra realtà e allucinazione, tra presenza esplicita del sovrannaturale e psicosi paranoica. Il diavolo, figura centrale tanto dell’horror, quanto dell’iconografia metallara, non viene mai mostrato in una possibile fisicità, ma semmai evocato nelle conseguenze della sua presenza: nell’espressione folle di Ray (un ottimo Pruitt Taylor Vince), nelle sue folli azioni omicide, così come nella lotta sul volto del protagonista interpretato da Ethan Embry, che vi si oppone come può.

Su tutto, il potere salvifico della produzione artistica, tanto di quella musicale quanto di quella pittorica: se Ray suona un singolo accordo di chitarra per zittire (finché può) la voce demoniaca che gli riempie la testa, ordinandogli di uccidere, Jesse incanala le pulsioni omicide instillatogli dall’entità attraverso il mezzo della pittura: dando ad esse una forma, riversandole su tela ed evitando così di dar loro un seguito pratico. Un’esaltazione del valore catartico e sociale dell’arte che potrebbe essere in fondo estesa (anche) al cinema; e in particolare alla sua capacità di esprimere, contenendole e incanalandole, le pulsioni potenzialmente più distruttive per l’animo umano.

Trailer:

PRO

È molto coraggioso, e in gran parte riuscito, il tentativo di Sean Byrne di recuperare in modo “serio” l’accostamento horror/heavy metal, dirigendo un film che, con la sua messa in scena sobria e priva di effettacci, si allontana molto dalla concezione moderna del genere. Operando un interessante contrasto col carattere, per sua natura esplicito, dell’immaginario a cui si rifà, The Devil’s Candy suggerisce, più che mostrare, resta intelligentemente al di qua dell’esplicitazione grandguignolesca, fa del Male un’entità tanto fisicamente invisibile quanto onnipresente e pervasiva. Mescolando il filone demoniaco con quello delle case infestate, ma purgando entrambi dalle derivazioni eccessivamente esplicite dell’horror moderno, il film di Byrne si rifà a una concezione del genere in voga fino a qualche decennio fa: quella che risultava efficace tanto nel mostrare tanto il quotidiano, quanto il suo sconvolgimento, e che operava un parallelo tra l’orrore portato sullo schermo e quello insito nelle inquietudini della società.

CONTRO

Inquietante ed elegante nella messa in scena, The Devil’s Candy resta tuttavia un po’ involuto sul piano narrativo, penalizzato in questo anche dalla sua ridotta durata (circa 80 minuti). In un film che punta molto sul quotidiano e sulla graduale (e costante) erosione delle sue dinamiche, sarebbe stato interessante dare più spazio alla descrizione del nucleo familiare, scavare nel vissuto del personaggio di Jesse, sviscerare meglio gli appena accennati contrasti con sua figlia adolescente. Una migliore e più attenta definizione del contesto, e delle sue dinamiche, avrebbe reso probabilmente ancora più efficace (e dirompente) l’impatto dell’orrore che va a sconvolgerle.

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Marco Minniti

 
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