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THE CIRCLE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Soggetto pregno di fascino, portato sullo schermo con una regia modulata efficacemente seguendo l’evoluzione della storia, con alcune buone intuizioni visive.

Contro


Narrazione zoppicante, evoluzione forzata del personaggio della protagonista, frequenti schematismi, con una conclusione non priva di ambiguità.


In breve

Mae, giovane informatica, viene assunta presso una grossa multinazionale delle telecomunicazioni, che ha appena messo a punto un rivoluzionario social network. TruYu, questo il nome della piattaforma, permette la connettività totale dell’individuo in ogni momento della sua vita, nel lavoro come nel tempo libero, rendendo la sua esistenza trasparente e praticamente accessibile a tutti. Appena giunta sul nuovo posto di lavoro, la donna viene coinvolta in una filosofia aziendale totalizzante, che dal tempo di lavoro si estende fino a coinvolgere ed inglobare ogni aspetto della sua vita. Mae inizia sempre più ad emergere tra i suoi colleghi, arrivando in breve tempo a diventare una sorta di simbolo per l’azienda: ma, contemporaneamente, sulla multinazionale iniziano a piovere accuse di gravi violazioni della privacy e della libertà personale…

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Posted 27 aprile 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Quello del futuro distopico è un tema tutt’altro che nuovo, trattato in lungo e in largo dalla sci-fi letteraria prima e cinematografica poi, che continua tuttavia ad esercitare, in maniera praticamente inalterata, il suo fascino sui fruitori del genere. Il successo di una serie televisiva come Black Mirror, insieme di proiezioni (non troppo lontane) di un’inquietudine per la tecnologia che negli ultimi decenni ha coinvolto vari strati di popolazione, testimonia di un interesse per il filone che ha solide radici nella società del presente. Proprio alle suggestioni (più che mai nere) della serie britannica, ma anche a classici del genere di qualche decennio fa (pensiamo a Strange Days di Kathryn Bigelow) si ricollega questo The Circle, che il regista James Ponsoldt ha diretto ispirandosi a un best-seller letterario di Dave Eggers (anche coautore dello script).

Come nel cult della Bigelow, e in molti episodi della serie di Charlie Brooker, il futuro messo in scena dal film non è da noi così distante nel tempo: la tecnologia, nella storia, ha fatto solo quel piccolo ma decisivo passo in più, sintetizzando e portando alle conseguenze ultime una serie di premesse poste da prodotti già tutti presenti nella società odierna. L’ossessione per l’interconnessione, la necessità dell’always on, la confusione e sovrapposizione tra tempo di lavoro, familiare e di svago, il progressivo restringimento della sfera privata in favore del totalizzante coinvolgimento dell’individuo nelle varie reti sociali. Tutto, qui, è mescolato e sintetizzato, analogamente a come il social network al centro della storia sintetizza e unisce le caratteristiche delle varie piattaforme informatiche ormai entrate nella nostra quotidianità (Facebook, Twitter, YouTube, Instagram, ecc.)

Dopo il biopic The End Of The Tour, Ponsoldt getta così lo sguardo su un futuro più che mai prossimo, con un approccio tra lo studio sociologico (pur con la veste della science fiction) e il thriller: puntando forte sulle opposizioni tematiche e visive (la libertà evocata dalle escursioni della protagonista contrapposta alla claustrofobica cittadella in cui la storia si svolge) e affidandosi alla problematica prova di una Emma Watson ormai pienamente matura. Ad affiancarla, un Tom Hanks istrionico nei panni del carismatico guru della multinazionale, l’Ellar Coltrane che fu protagonista in itinere di Boyhood di Richard Linklater, e quel John Boyega ormai identificato come nuovo eroe dell’universo (ancora in piena ridefinizione) della saga di Star Wars.

Trailer:

PRO

Il soggetto di questo The Circle ha in sé un innegabile fascino (pur debitore in gran parte alla sua fonte letteraria), dovuto soprattutto al suo radicamento nelle inquietudini e ossessioni della società contemporanea. Il doppio binario su cui la storia si muove, quello della rappresentazione di un futuro possibile e di un’allegoria neanche troppo celata del presente, coglie nel segno anche quando viene trasportato dalla pagina allo schermo. Ponsoldt riesce a modulare efficacemente la sua regia parallelamente all’evoluzione del personaggio principale, passando da una messa in scena piuttosto classica a una voluta frammentazione nella seconda parte del film, caratterizzata da un montaggio sincopato e dall’uso frequente di sovrimpressioni (a rappresentare il flusso comunicativo che coinvolge la protagonista). Alcune soluzioni di regia (tra queste, va ricordato l’efficace utilizzo della luce e del buio in una delle ultime sequenze) colgono sicuramente nel segno, mentre va segnalata la buona prova degli interpreti principali (tra questi, un istrionico Tom Hanks, il cui personaggio ben esprime la teatralità di certi eventi aziendali).

CONTRO

Ponsoldt ed Eggers, preoccupati di costruire un affresco del futuro a tema (e parzialmente a tesi) sembrano dimenticarsi di sviluppare parallelamente dei caratteri credibili, perdendo di vista la struttura del racconto e le sue basi. In particolare, l’evoluzione della figura della protagonista appare forzata e poco credibile, priva delle necessarie fasi intermedie tra il suo accostamento alla filosofia aziendale, la subitanea adesione ad essa, e il suo altrettanto brusco distacco; parallelamente, il personaggio interpretato da Boyega (figura fondamentale nell’economia narrativa della storia) viene sfruttato poco e male. Superficiale e schematico, per molti versi, nell’esplicitazione della sua tesi, The Circle non affonda il coltello laddove ci si aspetterebbe che lo facesse, lasciando sullo sfondo le motivazioni originarie del progetto TruYu e quelle della sua degenerazione. Così, tra forzature narrative e schematismi (ne è esempio il personaggio dell’amico della protagonista, interpretato da Ellar Coltrane) il film di Ponsoldt resta un’opera sostanzialmente irrisolta; con una narrazione che sfocia, tra l’altro, in un finale ambiguo, in cui il sospetto di un certo “populismo” nell’approccio risulta più che concreto.

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Marco Minniti

 
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