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TANGERINES

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Messa in scena sobria ma efficace, notevoli la sceneggiatura e gli interpreti, capaci di reggere gran parte del peso del film.

Contro


Non ci sono veri difetti. Le pur presenti trappole di un eccesso di melodramma vengono sapientemente evitate.


In breve

1992: al culmine del conflitto tra la Georgia e la Repubblica separatista di Abcasia, Ivo e Margus sono gli unici due rimasti in una piccola enclave di estoni stanziali, ormai spopolata a causa della guerra. Ivo è un carpentiere, Margus un agricoltore: il primo confeziona le casse che servono per raccogliere i mandarini coltivati e venduti dai due. Un giorno, il conflitto arriva direttamente, e nel modo più drammatico, alla porta dei due uomini: uno scontro armato e una sparatoria lasciano sul campo diversi cadaveri, oltre a due uomini feriti, appartenenti ai due schieramenti opposti. Ivo, senza pensarci due volte, decide di soccorrerli entrambi, facendosi aiutare da Margus e da un amico medico. Ma, mentre i due lentamente si ristabiliscono, nella casa dell’uomo montano l’odio e il rancore, risultato di una guerra che ha visto questi due sopravvissuti schierarsi su fronti opposti…

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Posted 27 maggio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Datata 2013, già candidata ai Golden Globes e all’Oscar per il miglior film straniero, insignita di vari riconoscimenti in festival indipendenti, questa co-produzione estone-georgiana approda ora, quasi in sordina, sugli schermi italici. Un’invisibilità finalmente spezzata, che rende giustizia a un’opera che, malgrado la sua piccola dimensione produttiva e l’estrema sobrietà della sua messa in scena, resta tra le più interessanti che il cinema dell’Europa dell’Est ci abbia consegnato negli ultimi anni. Illumina un conflitto poco noto, Tangerines, e già questo (a oltre un ventennio di distanza) è un titolo di merito: e lo fa da un punto di vista esterno, decentrato, quello di un individuo fuori dal confronto, che decide di restare tenacemente attaccato alla propria terra, mettendo a rischio la propria vita.

Concentrato nella durata (87 minuti) e nelle location (i boschi della disabitata comunità georgiana in cui vivono i due protagonisti) il film di Zaza Urushadze fa un trattato cinematografico sulla guerra, sui suoi effetti sul quotidiano e sulla (r)esistenza di un pacifista sui generis, cui la dura scorza non ha nascosto l’idealismo. Lo fa lasciando il conflitto quasi sempre fuori campo, ma facendocene udire e sentire (dolorosamente) i contraccolpi. Mettendo in scena un confronto psicologico e personale ad alta tensione, da cui forse (suggerisce il film) possono nascere i germi di una futura comprensione reciproca.

Trailer:

PRO

Sobrio nella messa in scena, con una regia poco appariscente quanto efficace nell’impatto (ma vanno comunque rimarcate un paio di notevoli sequenze nell’ultima parte) Tangerines è essenzialmente un’opera di scrittura e d’attori. Componenti, queste ultime due, in cui il film di Zaza Urushadze invero eccelle: una progressione drammatica equilibrata e ponderata, che illumina senza manicheismi ragioni e torti di tutte le parti in causa, e che trova il suo completamento in quattro notevoli interpreti (guidati da un veterano del cinema locale come Lembit Ulfsak), capaci di reggere con grande personalità gran parte del peso del film. Quello di Urushadze è cinema umanista che muove dalla tragedie della contemporaneità, che punta ad assumere un respiro universale malgrado la natura localizzata della vicenda che mette in scena. Lo fa, il film del regista estone, con grande rigore ed efficacia emozionale, giovandosi anche di una colonna sonora ricca di suggestione, utilizzata in modo mai gratuito per la sottolineatura dei momenti emotivamente più forti.

CONTRO

Al di là di una regia che sceglie, coscientemente, di restare dietro le quinte per gran parte del film (ma si tratta appunto di una decisione deliberata) Tangerines non presenta reali difetti. Pur laddove soggetti simili sono già stati narrati precedentemente, il film riesce ad evitare le trappole del già visto, non perdendo mai il contatto con la materia viva (e tuttora palpitante) dei temi trattati. Una gestione che riesce a schivare i rischi (pur presenti) di un eccesso melodrammatico, tenendo dritta la barra della descrizione naturalista, e premendo il pedale dell’emotività solo nei momenti giusti.

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Marco Minniti

 
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