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SULLY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
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Pro


Vigoroso, popolare, complesso e insieme capace di parlare a un ampio pubblico, narra con intelligenza una storia di eroismo evitando la retorica.

Contro


Non si ravvisano reali difetti. La scelta di una narrazione frammentaria e basata sui flashback, comunque più che giustificata, potrebbe lasciare spiazzati.


In breve

15 gennaio 2009: il volo US Airways 1549, diretto da New York a Charlotte, impatta uno stormo di uccelli poco dopo il decollo, con conseguente avaria di entrambi i motori. Impossibilitato a tornare all’aeroporto di partenza, e privo di destinazioni sicure in cui far atterrare il velivolo, il comandante Chesley “Sully” Sullenberger effettua un ammaraggio di fortuna sulle acque del fiume Hudson. La manovra, estremamente pericolosa, si conclude con un insperato successo: la vita dei 150 passeggeri è salva, e il pilota viene presentato all’opinione pubblica come un eroe. L’inchiesta interna della compagnia di volo, tuttavia, adombra un’altra possibile verità: poiché l’avaria ad uno dei motori era solo parziale, il guasto avrebbe consentito un atterraggio sicuro in uno degli aeroporti dell’area. Sully avrebbe quindi messo inutilmente a rischio la vita di passeggeri ed equipaggio. Sconvolto, ancora perseguitato dagli incubi, ma certo di aver fatto il suo dovere, l’uomo prepara la sua difesa davanti alla commissione di inchiesta.

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Posted 2 dicembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Ancora eroismo personale, ancora un individuo in lotta con le istituzioni, ancora un outlaw solitario perseguitato da un meccanismo che schiaccia il fattore umano sotto il peso opprimente dei numeri. Il cinema di Clint Eastwood, da sempre attraversato da quell’umanesimo concreto e dolente che qui emerge prepotente in primo piano, prende spunto anche stavolta dalla realtà, da un altro individuo costretto a difendere il suo operato dalla cecità dell’apparato. Sully, già presentato in anteprima nella sezione Festa Mobile dell’ultimo Torino Film Festival, è l’altra faccia di American Sniper, il suo contraltare solo apparentemente più luminoso. Qui come lì, tra la vita e la morte, il confine è labile; a separarle, la pressione o meno di un dito su un grilletto, o un angolo di manovra appena diverso sulla cloche di un aereo. In entrambi i casi, la necessità dell’esperienza diretta, materiale, irriducibile a una simulazione computerizzata o alla fredda statistica dei bersagli colpiti.

Eastwood, anche stavolta, prende il suo personaggio per mano (qui un impeccabile Tom Hanks) e ne segue la caduta e la risalita, accompagnandolo attraverso la nevrosi, tramutando il suo dramma in vibrante racconto collettivo. Perché il Sully di Hanks, e con lui il regista, è consapevole della portata generale (estesa ben oltre i passeggeri e l’equipaggio del suo aereo, tale da giungere a toccare l’intera, già ferita comunità newyorchese) del suo operato. L’andamento rapsodico del racconto, fatto di flashback reiterati e scomposti (inframezzati da incubi) è quello della memoria, personale, intima ma dolorosamente concreta. Fino a un finale in cui il fattore umano trova finalmente spazio nell’equazione, e in cui il singolo, col riconoscimento del portato del suo vissuto, ottiene la sua rivincita. Non più un outlaw, ma un membro di una comunità (forse) capace di trasformarsi.

Trailer:

PRO

Perfettamente in linea con la sua poetica, ma più attento che in passato alle istanze di un pubblico superficialmente considerabile come generalista, Eastwood confeziona con Sully un prodotto autenticamente popolare, capace di parlare a quella comunità che ha vissuto in prima persona i fatti raccontati (nonché quelli, adombrati ma sempre vivi, di quell’11 settembre la cui onda lunga si riverbera attraverso tutta la storia); ma il regista, qui, si mostra anche capace di cogliere i gusti di un target più ampio, e trasversale. Il suo, come sempre, è cinema classico e popolare, racconto hollywoodiano bagnato negli umori della società americana, semplice e complesso al tempo stesso: semplice perché racconta storie di eroismo ordinario immediatamente leggibili, calate in una quotidianità di cui si avverte facilmente la concretezza; complesso perché il portato di quelle storie impatta fattori psicologici e sociologici tutt’altro che banali, che il suo cinema sa cogliere come pochi altri. L’insieme riesce ad essere uno spettacolo in grado di parlare agli occhi e al cuore di un pubblico ampio, non dimenticando regole e stilemi del disaster movie, fusi e integrati con quelli del genere processuale. Evitando costantemente, e intelligentemente, le trappole della retorica.

CONTRO

Non si ravvisano reali e decisivi difetti, nel film di Eastwood. Può lasciare spiazzati la scelta narrativa nel segno della frammenterietà, di una partenza in media res e di un costante ritorno al viaggio che è al centro della trama, riproposto col filtro della memoria (scomposta nei suoi vari punti di vista) e con quello degli incubi del protagonista. Una scelta che potrebbe non essere gradita dagli spettatori avvezzi a una narrazione più classica, ma che ha comunque una precisa giustificazione nell’ambito del mood espressivo del film. Film che, malgrado tale scelta apparentemente azzardata (e anticonvenzionale) non cede un briciolo della sua classicità e del suo rispetto per il pubblico, da sempre terminale irrinunciabile per il cinema del regista.

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Marco Minniti

 
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