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SPLIT

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Ottima regia, notevole uso dello spazio filmico atto a creare claustrofobia, grande prova del protagonista in un ruolo non semplice.

Contro


La dichiarata inverosimiglianza del soggetto, unita alla sua voluta non rispondenza ai canoni di un singolo filone, potrebbe irritare parte del pubblico.


In breve

Nella mente di Kevin convivono ben 23 personalità diverse. Tra queste, quella dai tratti più ossessivi, che ha da tempo preso il predominio, decide di rapire tre giovani ragazze. Prelevate in pieno giorno, dopo una festa di compleanno, Claire, Marcia e Casey si ritrovano prigioniere in una stanza priva di finestre, in balia del folle individuo. Solo Casey, giovane outsider dalla storia familiare tormentata, sembra essere in grado di penetrare nella mente del rapitore, facendo leva sulle più malleabili tra le sue personalità. La giovane inizia così un pericoloso gioco col suo rapitore, un gioco che ha come posta in palio la vita sua e quella delle sue amiche… un gioco in cui la ragazza dovrà anche tenere a bada l’emergere, sempre più prepotente, di una ventiquattresima personalità, quella in assoluto più pericolosa.

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Posted 23 gennaio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo i flop, di pubblico e critica, de L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth, qualcosa sembra essere definitivamente cambiato nella carriera di M. Night Shyamalan. Cineasta raffinato e dall’anima indipendente, forse dai tratti troppo personali e sfuggenti per le strette maglie del mainstream, il creatore de Il sesto senso ha intrapreso col recente The Visit (2015) un percorso del tutto nuovo. Un percorso in un cinema dai contorni più liberi, caratterizzato da budget più contenuti e soggetti dai tratti più dichiaratamente (pur con tutte le cautele del caso) “di genere”. Un percorso che ha avvicinato Shyamalan al produttore-demiurgo per eccellenza del cinema di genere a basso/medio budget, Jason Blum, e che ora segna un nuovo, significativo passo con questo Split.

Progetto molto personale, caratterizzato dalla coesistenza di motivi di taglio hitchcockiano (espressi in una sotterranea, crudele ironia, e nell’eleganza priva di orpelli della messa in scena) con un sadismo figlio dei derivati di Saw – L’enigmista, il nuovo film di Shyamalan è un viaggio in una mente dissociata che diviene spietata odissea per le sue tre vittime. Tutto giocato su una claustrofobia di fatto che si traduce in quella, simbolica, espressa dalle varie “anime” presenti nella mente del protagonista, Split è un film che da subito prende la via del raffinato esperimento di genere, disancorato dalla realtà (malgrado la derivazione da un fatto di cronaca) ma perfettamente coerente coi suoi assunti. Un esperimento del tutto interno alla poetica di Shyamalan, i cui sviluppi potrebbero persino aprire una fase ulteriore (che non può non destare curiosità) nel percorso artistico del regista.

Trailer:

PRO

Difficile non guardare con simpatia, ed interesse, a questa vera e propria “nuova giovinezza” nella carriera dell’autore de Il sesto senso e Unbreakable – Il predestinato. Una scelta di campo, quella di Shyamalan, nel segno del genere puro e della scena indipendente (seppur con un occhio al grande pubblico) che ha garantito nuova freschezza e spontaneità al suo cinema. In Split si ritrovano tutti i pregi già rilevati nel precedente The Visit, espressi stavolta, però, in una grammatica ancora più libera, che in parte solo marginale deve adeguarsi ai paletti di uno specifico filone (lì il found footage horror, qui il sado-thriller debitore alla saga di Saw). Shyamalan torna a usare la macchina da presa con grande scioltezza ed eleganza, massimizzando il senso di claustrofobia derivato dalla scarna location principale del film, giocando e frustrando continuamente le attese dello spettatore; affidandosi inoltre consapevolmente (ma non esclusivamente) alla prova di un grande James McAvoy nei panni del folle protagonista. Saggio di tensione e riflessione in parte giocosa (ma coerente) sullo spazio filmico e sui tempi narrativi, Split si rivela del tutto coerente con la poetica di Shyamalan; ivi compreso un finale che, pur distinto dai twist narrativi a cui il regista ci aveva abituati nella prima parte della sua carriera, spiazza e apre nuove interessanti riflessioni sul film, nonché sui possibili sviluppi del suo soggetto.

CONTRO

La dichiarata inverosimiglianza del soggetto (con derivazioni – abbastanza decise nella seconda parte del film – nel fantastico puro) potrebbe irritare chi si aspetti un thriller dai contorni classici, più rigoroso nel rispetto dei canoni del genere. Allo stesso modo, potrebbero rimanere delusi i cultori del torture & revenge puro, filone di cui il film rappresenta un derivato che tuttavia sceglie di prendere subito, e con decisione, altre strade. Il già discusso finale del film, a parere di chi scrive tra i suoi punti di forza, rappresenta tuttavia una sfida esplicita, una specie di dichiarazione di intenti (e di provocatorio sberleffo rivolto ai detrattori del cinema di Shyamalan, e all’industria hollywoodiana che lo ha messo ai margini) che può non essere apprezzata da tutti. Ricordiamo inoltre, malgrado la nostra visione sia limitata (fortunatamente) alla sola versione in lingua originale del film, che il doppiaggio finirà inevitabilmente per alterare la notevole prova recitativa di McAvoy: quest’ultima merita senz’altro di essere fruita, e ascoltata, così com’è stata originariamente portata agli spettatori.

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Marco Minniti

 
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