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SPIDER-MAN: HOMECOMING

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Rilettura del personaggio giocosa e in linea con la sua originale concezione, mix brillante di azione e commedia, scrittura equilibrata e ottime interpretazioni.

Contro


Chi è legato allo Spider-Man di Sam Raimi e Tobey Maguire potrebbe avvertire in modo netto (e forse non gradito) il differente approccio al personaggio.


In breve

Dopo il suo coinvolgimento nello scontro tra gli Avengers, Peter Parker torna a studiare al liceo, fiducioso che Tony Stark presto lo richiamerà per fare di lui un membro del gruppo. Il ragazzo, impacciato e poco popolare a scuola, scalpita tuttavia per mostrare al mondo i suoi poteri, e rendersi utile nella lotta contro il crimine. Parker si inventa così di star seguendo uno stage presso l’azienda di Stark, scusa attraverso la quale il giovane torna a indossare il suo costume da Spider-Man. Dopo aver sventato una tentata rapina a uno sportello bancomat, Parker incappa negli scagnozzi di Adrian Toomes, imprenditore divenuto gangster, che ritiene Stark colpevole del fallimento dei suoi affari. L’uomo ha tenuto per sé un reperto della tecnologia aliena Chitauri, costruendo grazie ad esso una possente armatura che gli permette di volare. Quando Peter si rende conto delle intenzioni dell’uomo, cerca di contrastarlo nelle vesti di Spider-Man, tentando così di dimostrare a Stark il suo valore: ma la sua inesperienza finirà per mettere a rischio la sua vita, e insieme ad essa la sicurezza di migliaia di persone…

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Posted 9 luglio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo i tre episodi, ormai consegnati alla storia, della saga diretta da Sam Raimi e interpretata da Tobey Maguire, e la variante più teen dei due The Amazing Spider-Man per la regia di Marc Webb, il personaggio creato da Stan Lee e Peter Ditko fa il suo ingresso con questo Spider-Man: Homecoming nel Marvel Cinematic Universe. Un ingresso atteso e temuto in ugual misura dai fan del personaggio e da quelli del franchise Marvel, vista l’importanza centrale dell’eroe mascherato nella mitologia della Casa delle Idee, ma anche il controverso taglio adolescenziale ed esplicitamente giocoso che i produttori hanno annunciato di voler dare al soggetto. Taglio anticipato (con un’intelligente operazione di pre-marketing) dall’apparizione del personaggio nel precedente Captain America: Civil War, che ha mostrato al pubblico la giovanissima età del Peter Parker interpretato da Tom Holland.

Il film di Jon Watts (al suo attivo gli indipendenti – e per ora inediti – Clown e Cop Car) evita di tornare nuovamente sulle origini del personaggio, ricollegandosi direttamente alla sua apparizione nel terzo film dedicato a Steve Rogers, e mostrandone in media res la formazione. Quello di Peter Parker/Spider-Man è un racconto di formazione che inizia nel pieno del suo sviluppo, calato nella realtà adolescenziale di un liceo americano, rinforzato dal volto, dalla voce e dal fare bambineschi di un personaggio che appare come chiaramente alla ricerca del suo posto nel mondo. Un tema presente in nuce in tutte le precedenti apparizioni cinematografiche del personaggio, connaturato alle sue origini, qui colorato però di quel tocco lieve, da commedia adolescenziale anni ‘80, esplicitamente nostalgico in certi suoi risvolti, che rende questa nuova incarnazione più in linea con un coming of age supereroistico che con l’epica (pur contemperata dall’ironia) di molte precedenti opere Marvel.

In tutto ciò, i riferimenti ai precedenti film del MCU sono ovviamente tanti ed evidenti, dalla presenza (comunque sempre narrativamente funzionale, mai invasiva o gratuita) di Tony Stark/Iron Man in molti passaggi-chiave della storia, alla roccia radioattiva da cui muove la trama (già presente nei due Avengers e in Guardiani della galassia), fino a un paio di divertenti apparizioni del reietto Captain America/Steve Rogers (personaggio le cui vicissitudini, nel terzo film a lui dedicato, hanno ovviamente aumentato il suo peso nell’economia complessiva del franchise). Oltre all’avvenente e insolita zia May (anch’essa già vista in Civil War) interpretata da Marisa Tomei, va segnalato l’Adrian Toomes/Vulture col volto di Michael Keaton: questi, dopo essere stato supereroe (i due Batman di Tim Burton) e ironica destrutturazione di tale figura (nel Birdman di Alejandro González Iñárritu) passa ora dall’altra parte della barricata, nel ruolo di un interessante villain mosso da un non banale desiderio di rivalsa.

Trailer:

PRO

Oggetto di una comprensibile attesa, ma anche di uno scetticismo preventivo poco motivato (dati i contorni del progetto in fondo in linea con la concezione del personaggio) questo Spider-Man: Homecoming supera brillantemente la prova della visione. Se gli ultimi prodotti Marvel hanno mostrato una differenziazione nei registri e nelle atmosfere più marcata che in passato (dall’epica di Captain America: Civil War all’approccio naif e anarchico di Doctor Strange, fino al tocco vintage, scanzonato ma anche venato di melò, di Guardiani della galassia vol. 2) questo reboot dell’Uomo Ragno segue intelligentemente una sua, peculiare, strada. Strada che, recuperando (forse per la prima volta in modo integrale e filologico) lo spirito delle tavole originali di Stan Lee e Steve Ditko, porta il film di supereroi direttamente nel mood adolescenziale di una commedia alla John Hughes, che mostra l’inconsapevolezza del coming of age in tutta la sua tenera ineluttabilità, che non perde tempo a parlare di potere e responsabilità, perché il suo personaggio è volutamente (ancora) non strutturato e consapevole. Così, lo Spider-Man (quasi) bambino di Tom Holland (interprete perfetto, ma lo si intuiva già dalla sua apparizione in Civil War) è un misto di incertezza e tenera spavalderia, un supereroe potenziale, che dei suoi superproblemi, in realtà, deve ancora prendere reale consapevolezza. Inizia appena a farlo, qui, è c’è da scommettere che il processo proseguirà nei prossimi film dedicati al personaggio.

Quello che l’appassionato può già godersi, nel film di Jon Watts, è un meccanismo filmico ottimamente concepito e strutturato, dal ritmo senza cedimenti di sorta, e dalla scrittura capace di dosare al meglio arguta (auto)ironia e costruzione di un personaggio che deve comunque seguire certi, predeterminati, canoni. L’intelligente scelta di evitare di tornare (per la terza volta) sulle origini del personaggio ha permesso da un lato di rendere più approfondito e tangibile il suo background di adolescente moderno (il film resta calato in una realtà studentesca e giovanile tutta interna alla modernità); dall’altro di pennellare con pochi, ma riusciti tocchi, la figura del suo antagonista, un Michael Keaton perfettamente a suo agio come villain guidato dal rancore. Le citazioni, discrete ma presenti, della trilogia di Sam Raimi, non mancano: ma questo Spider-Man: Homecoming sembra orgoglioso di andare per la sua strada, una strada costruita ex novo che si incrocia (senza tuttavia dipenderne) con quelle degli altri eroi Marvel. Un personaggio, e un nuovo ramo dell’MCU, entrambi dall’evidente e produttiva “ansia” di diventare adulti.

CONTRO

Gli unici limiti che alcuni spettatori potrebbero trovare nel film di Watts sono legati inevitabilmente alla nostalgia per la trilogia di Sam Raimi (specie per i primi due capitoli) e per l’iconica figura di Tobey Maguire, la cui lettura del personaggio era però abbastanza lontana da quella di Tom Holland. Meno “fisico”, ma più orgogliosamente teen (e, in questo, capace di annullare il ricordo del poco riuscito Spider-Man di Andrew Garfield) l’attore adolescente segue una sua strada per approcciarsi al personaggio, senza timori reverenziali di sorta, consapevole di un (sotto) franchise che deve ancora crescere insieme al suo Uomo (o bimbo) Ragno.

Per quanto concerne l’inevitabile capitolo “sequenze post credits”, possiamo avvisare gli spettatori che sì, anche stavolta ce n’è una proprio in coda, successiva a quella ormai attesa posta a metà titoli, immediatamente precedente all’accensione delle luci; e che la sua visione, però, non è stavolta strettamente necessaria alla fruizione del film e al suo collocamento nell’universo Marvel. Ma, anche solo con queste premesse, come si potrebbe uscire dalla sala in anticipo?

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Marco Minniti

 
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