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SPECTRE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Ottima regia e gran ritmo, protagonista perfetto, riuscito il tentativo di adattare il tema al contesto moderno.

Contro


Psicologie meno approfondite rispetto al film precedente, qualche passaggio narrativo forzato e poco credibile.


In breve

Durante un’operazione non autorizzata a Città del Messico, seguita a un misterioso messaggio, James Bond si imbatte in un piano per far saltare in aria lo stadio cittadino. Il piano fa capo a due terroristi locali e a un italiano di nome Marco Sciarra, entrambi legati a un’oscura organizzazione. L’agente speciale riesce a sventare il piano, ma viene sospeso a tempo indeterminato per non aver seguito la procedura; nel frattempo, il servizio segreto MI6 subisce l’accorpamento con l’MI5, e viene posto alle dirette dipendenze del giovane e ambizioso Max Denbigh, ribattezzato “C”. Bond capisce che pressioni politiche stanno minacciando l’autonomia e l’esistenza stessa del corpo di cui fa parte; continua così a indagare per suo conto, arrivando prima in Italia e poi in Austria, fino alla sua vecchia nemesi Mr. White. L’uomo rivela all’agente che tutti i nemici con cui si è scontrato finora fanno parte della medesima organizzazione: una vera e propria multinazionale del crimine, potente e ramificata, che ora minaccia sua figlia Madeleine Swan. Bond dovrà così proteggere Madeleine e contrastare un nemico pericoloso quanto invisibile, ormai arrivato nel cuore stesso delle istituzioni internazionali.

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Posted 1 novembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

È sorprendente come, nel giro di pochi anni, un’icona dall’esistenza ormai pluridecennale come quella di James Bond si sia ridefinita e rinnovata completamente, identificandosi tout court con il suo nuovo interprete Daniel Craig. Da Casino Royale in poi, infatti, Craig ha dato una diversa lettura del personaggio, più sanguigna e vicina a quella dei romanzi di Ian Fleming: un individuo tormentato e in costante balia dei suoi demoni, una mina vagante sempre pronta ad esplodere, difficile da contenere principalmente per i suoi datori di lavoro. Tradizione e modernità si sono ben coniugate (pur nell’altalenante qualità dei film) nel nuovo corso bondiano, arrivando fino a questo Spectre: quarta prova di Craig nei panni dell’agente con licenza di uccidere, e secondo episodio diretto da Sam Mendes (dopo l’eccellente Skyfall, di tre anni fa). Mendes prosegue qui nell’opera di ricostruzione (e riallocazione nel contesto moderno) dei topoi bondiani già incontrati nel film precedente: dopo il ritorno di Q col volto dell’attore Ben Witshaw, e quello della segretaria Moneypenny (interpretata da Naomie Harris), a risorgere è ora la storica organizzazione nemica dell’agente speciale; ancora più nascosta, potente e pervasiva sul palcoscenico del villaggio globale informatico. Spectre vuole così essere approfondimento, e primo tentativo di sintesi, dello 007 targato Craig, portando a primo compimento una vicenda (il confronto con Mr. White) e aprendo nuove suggestioni, dando corpo e volto (quello dell’istrionico Christoph Waltz) a un nuovo e carismatico villain. Con un protagonista ancora mina vagante, ancora incapace di venire a patto coi suoi demoni, ma più consapevole di sé e del suo ruolo: un antieroe moderno, la cui anarchia nell’operare può essere ultima ancora di salvezza per un mondo sempre più indecifrabile, terra di conquista per nemici i cui volti si confondono e sovrappongono sempre più.

Trailer:

PRO

148 minuti tra Città del Messico, Londra, Roma, le Alpi austriache e Tangeri: in una struttura, e con un’estensione geografica, che sembrano pensate appositamente per soddisfare i vecchi fans, Spectre corre velocissimo e roboante tra esotismo e tecnologia, fedeltà filologica e sforzo di (ri)contestualizzazione, strizzate d’occhio agli aficionados e volontà di proseguire nell’opera di ridefinizione del personaggio. Un’opera che qui trova una nuova nemesi, nel volto di un Christoph Waltz inquietante quanto magnetico, un villain che la sceneggiatura lega direttamente al protagonista nel disvelamento di un oscuro passato. Motivi psicologici introdotti (e senz’altro pronti ad essere approfonditi nei prossimi episodi) che tuttavia cedono presto il passo a un’avventura dal ritmo indiavolato, sostenuta da una regia sicura e ricca di vigore, e da un protagonista ormai pienamente padrone del personaggio. Craig è un Bond umorale e spigoloso quanto quello dei precedenti episodi, ancora espressione enigmatica di disfunzionalità affettive che riusciamo solo a intuire: ma finalmente è anche personaggio più consapevole di sé, non più arroccato nella sua pretesa autosufficienza. Il carattere più collettivo di questa avventura (che coinvolge qui gli approfonditi personaggi di Q e Moneypenny, oltre a quello del nuovo M col volto di Ralph Fiennes) è senz’altro punto di forza da attribuire al film. Così come lo è la sua capacità di adattare un motivo vecchio e frusto (una multinazionale del crimine, invisibile e letale) al nuovo contesto del palcoscenico mondiale, quello della modalità always on e della sorveglianza globale, quello dell’efficienza tecnocratica che sostituisce la democrazia. L’agente con licenza di uccidere è qui (auto)ironicamente consapevole di apparire come un residuo del passato: residuo, tuttavia, più che mai necessario.

CONTRO

Tra tradizione e innovazione, fedeltà e sperimentazione, canone e voglia di osare, Spectre sembra pendere più dei suoi predecessori verso il primo polo. Fin dai titoli di testa, in cui il motivo bondiano è subito in evidenza, il film di Mendes sembra dichiarare la sua volontà precipua di riallacciare i fili col passato. Scelta corretta (diremmo necessaria) che tuttavia sacrifica un po’ la componente psicologica (persino psicoanalitica) che i precedenti episodi avevano lentamente dischiuso, nel loro approccio al personaggio. Se Skyfall era un viaggio che in realtà muoveva verso i meandri della mente del protagonista (concluso, significativamente, nel luogo del suo passato) qui il viaggio è tutto esterno: i conti col passato, non ancora chiusi, con l’infanzia da orfano e coi motivi familiari che nel plot verranno rivelati, vengono fatalmente differiti. L’equilibrio mirabilmente raggiunto da Mendes nel film precedente non viene replicato, con un personaggio che a tratti pare aver già detto (ma non è così) tutto di sé. Risultato di una sceneggiatura meno brillante rispetto a quella di Skyfall, che soffre inoltre di alcune (perdonabili) forzature narrative e di qualche passaggio poco credibile; limiti non tali, comunque, da inficiare la complessiva godibilità dello spettacolo.

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Marco Minniti

 
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