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SOUTHPAW – L’ULTIMA SFIDA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Ottima prova di Jake Gyllehaal, impressionante dal punto di vista fisico e recitativo. Efficaci e spettacolari le sequenze degli incontri.

Contro


Sceneggiatura piatta e mancante di credibilità, vicenda già vista e priva di uno sguardo forte e personale.


In breve

Billy Hope, campione del mondo di boxe dei pesi mediomassimi, ha praticamente tutto: gloria, soldi, una casa lussuosa, una moglie e una figlia che lo amano. Ma Maureen, moglie di Billy, come lui cresciuta in un orfanotrofio, comincia ad essere stanca di uno sport che, per lei, significa restare in apprensione ad ogni incontro per quella che sarà la sorte del marito. Billy, all’apice della carriera, medita così il ritiro dopo un ultimo match, da disputarsi col presuntuoso sfidante Miguel “Magic” Escobar. Durante un evento di beneficenza, che vede la compresenza di Billy e di Escobar, irrompe imprevista la tragedia: un alterco tra i due pugili provoca l’estrazione di una pistola nello staff di Escobar, e un proiettile vagante colpisce a morte Maureen. Sarà l’inizio, per il pugile, di un personale inferno, che lo porterà nel baratro dell’alcolismo e gli alienerà anche l’affetto di sua figlia Leila. Ma proprio l’allontanamento della ragazzina spingerà Billy a tentare la risalita, perseguendo il riscatto personale e la riconquista del suo titolo.

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Posted 2 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Quella tra pugilato e grande schermo è una “luna di miele” lunghissima e produttiva, conseguenza di uno sport che contiene di suo elementi perfetti per la rappresentazione cinematografica: da Lassù qualcuno mi ama, passando per i classici Rocky e Toro Scatenato, fino ad arrivare al recente The Fighter, il sottogenere pugilistico non cessa di affascinare, richiamando investimenti, star ed incassi. Ultimo in ordine di tempo, arriva ora in sala questo Southpaw – L’ultima sfida, parto di uno specialista del genere action come Antoine Fuqua: un progetto, quello di Fuqua, dalla genesi complicata, trasformatosi in modo sostanziale nel tempo. Il film, infatti, era stato pensato dallo sceneggiatore Kurt Sutter (ideatore della fortunata serie Sons of Anarchy) come seguito ideale di 8 Mile, con il rapper Eminem che avrebbe dovuto vestire i panni del protagonista; e con l’intero script inteso come metafora della sua carriera artistica. L’evoluzione del progetto ha portato Jake Gyllenhaal al ruolo principale, lasciando ad Eminem la mera presenza di un brano nella colonna sonora: l’attore americano si è sottoposto, per il ruolo, a un necessario tour de force fisico, che ne sottolinea (ancora una volta) la grande versatilità artistica. Ad affiancare Gyllenhaal, in una storia di perdizione e riscatto che non teme di citare e riproporre tutti i temi forti del genere, la controparte femminile Rachel McAdams, e un intenso Forest Whitaker, nei panni del mentore che aiuterà il protagonista nella risalita.

Trailer:

PRO

A brillare, in questo Southpaw – L’ultima sfida, c’è principalmente il suo protagonista: Gyllenhaal, infatti, è impressionante a livello fisico e scenico, mette in bella mostra lacrime, muscoli e lividi, gettandosi anima e corpo in un ruolo quantomai impegnativo. L’ex Donnie Darko carica sulle sue spalle tutto il peso dello script, abbraccia con convinzione l’inferno del protagonista, scalpita e sembra sempre voler abbattere le maglie di un personaggio dai tratti (inevitabilmente) stereotipati. Il suo volto, e il suo corpo, restano gli elementi più forti ed emotivamente significativi della pellicola di Fuqua. La perizia tecnica del regista, inoltre, viene qui ottimamente utilizzata (con l’ovvio supporto di consulenti specializzati sul set) nelle sequenze degli incontri: queste ultime, fatte di piani ravvicinati, soggettive e montaggio serrato, esaltano le caratteristiche di uno sport da sempre “cinematografico”, mostrando nel contempo l’evoluzione estetica del genere. E’ passato ormai quasi un quarantennio da quando Sylvester Stallone e Carl Weathers si affrontavano sul ring del primo Rocky, affidando al proprio fisico (e ai propri pugni) il culmine emotivo di un climax: l’azione, qui, è frammentata e nervosa, alterna i ralenty alle esplosione cinetiche, adeguandosi al meglio ai gusti dei tempi.

CONTRO

Fuqua, da sempre a suo agio nell’action puro, sembra inciampare e balbettare quando si trova ad affrontare i registri del melò familiare. C’è poco di realmente coinvolgente nella vicenda personale del protagonista, e nella sua odissea di caduta e risalita: ciò, malgrado Gyllenhaal (unico che sembra credere, realmente, nel progetto) faccia il possibile per conferire spessore a un personaggio per sua natura limitato e stereotipato. Southpaw segue alla lettera i dettami del genere, li ripropone in modo corretto, ma senza guizzi o cenni di inventiva: tutto, nel film di Fuqua, va esattamente e pedissequamente come ci si aspetta. I classici (dai dettagli degli allenamenti di Rocky – e relativi sequel – all’alcolismo e alle esplosioni di violenza di Toro scatenato) sono citati diligentemente; ma al film manca un’anima, uno sguardo personale e forte sulla vicenda, un’empatia nella sceneggiatura che faccia appassionare lo spettatore a una storia già tante volte raccontata. Lo script non sembra preoccuparsi di dare credibilità al tutto, dimenticando palesemente alcuni elementi (la responsabilità penale della morte di Maureen) e tratteggiando un avversario (col volto del rapper Curtis “50 Cent” Jackson) di desolante piattezza. Resta il rimpianto per lo spreco di talento del protagonista, impegnato nell’impossibile impresa di dare calore e pregnanza a una storia che non sembra volerne avere.

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Marco Minniti

 
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