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SOMETHING MUST BREAK

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Efficace love story sui generis, imbevuta di pessimismo ma non priva di una dolente tenerezza. Regia di classe e notevole valorizzazione degli ambienti urbani.

Contro


Sceneggiatura non perfetta, equilibrio spesso precario, narrazione che procede un po’ a singulti.


In breve

Sebastian e Andreas si incontrano, si conoscono, si amano. Sullo sfondo della Stoccolma industriale, nei bassifondi e tra i vicoli mal illuminati, la loro relazione cresce e si definisce. Sebastian è androgino e sente crescere dentro di sé la presenza di Ellie, quella donna che preme e scalpita per venir fuori. Andreas non vuole accettare la sua omosessualità, ma trae giovamento dalla presenza dell’altro. I due si isolano sempre più dal mondo che li circonda, e da un’idea di amore comoda e preconfezionata. Ma il mondo preme per entrare, e anche l’isolamento si rivelerà avere un prezzo da pagare.

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Posted 27 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Nell’attuale edizione del Nordic Film Fest di Roma, dichiaratamente dedicata ai temi dell’amore, non poteva mancare uno sguardo sulle problematiche dell’identità sessuale e del gender. Temi dibattuti e abusati, spesso oggetto di facili stereotipi, che sono al centro della trama di questo Something Must Break: una love story sui generis che vede un’inedita Stoccolma (molto meno lucente e accogliente di quella turistica) fare da sfondo a un pulsante, disperato amore. C’è tutto il nichilismo della Love will tear us apart dei Joy Division, nel film di Ester Martin Bergsmark, la pulsione tenera e autodistruttiva di un sentimento destinato alla sconfitta, la voglia di eclissarsi e annullarsi nell’altro.

Il film di Bergsmark (al suo esordio in un lungometraggio di fiction) si sostanzia in uno sguardo partecipe, empatico, su due individui intimamente visti come loser: due figli (inconsapevoli) della cultura punk, alla ricerca di un impossibile completamento reciproco nel loro rapporto. Il loro incontro ha, fin da subito, il sapore romantico della sconfitta, di una vertigine effimera quanto, paradossalmente, piena e necessaria. Mentre, fuori, la metropoli li attrae e respinge con i suoi umori cangianti, il loro mondo si ripiega sempre più su se stesso, incurante. Parallelamente a una trasformazione che, per Andreas/Ellie, sarà destinata a cambiare radicalmente le cose.

Trailer:

PRO

Imbevuto di un romantico pessimismo, di quello sguardo insieme tenero e feroce che è parte integrante della cultura a cui il regista si rifà, Something Must Break è una love story coinvolgente e straniante. Il suo giocare con l’estremo (e con una rappresentazione del sesso, a tratti, molto cruda) non è mai gratuito, ma sempre teso a sottolineare il contesto e l’attitudine dei suoi personaggi; un’attitudine che entra in dialettica con un ambiente sociale ingannevole, sottilmente ammaliante quanto spietato. Il regista narra la sua storia d’amore e scoperta reciproca con un occhio che trasfigura luoghi e ambienti, capace di ritagliare pezzi di realtà facendone parti di un preciso discorso poetico. I due protagonisti, da par loro, offrono prove di grande intensità; mostrando un notevole affiatamento e lasciandosi “completare” dal fruttuoso rapporto con le scenografie urbane, illuminate a loro volta da una pregevole, iperrealistica fotografia.

CONTRO

Non tutto funziona a dovere, nella sceneggiatura del film (tratta da un libro dell’autore svedese Eli Levén): laddove il rapporto tra i due protagonisti è descritto in modo puntuale e credibile, un po’ in ombra resta l’evoluzione del personaggio di Andreas, e il percorso di scoperta/accettazione della sua omosessualità. L’emersione della personalità di Ellie, con tutte le conseguenze che questa porta nella vita di Sebastian (e nel rapporto tra i due) è confinata nell’ultima parte del film, senza un’armonica descrizione delle sue premesse; più in generale, manca un equilibrio e una convincente costruzione d’insieme in una sceneggiatura che sembra procedere un po’ a singulti. Un limite presente e penalizzante, seppur spesso oscurato dalla notevole eleganza formale che il regista è riuscito a infondere al film.

 

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Marco Minniti

 
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