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SILENT HEART

 
Silent Heart locandina
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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1 total rating

 

Pro


Melodramma dai temi universali, raccontato con semplicità ed essenzialità, capace di toccare le corde giuste e di rendersi appetibile a vasti strati di pubblico.

Contro


Manca spesso la misura e la capacità di suggerire i concetti, soffocata dalla tendenza alla ridondanza. Qualche passaggio narrativo appare forzato e poco credibile.


In breve

Esther, malata terminale di SLA, ha deciso di porre fine ai suoi giorni prima che la malattia degeneri e le impedisca una vita dignitosa. Per dare l’ultimo saluto alle persone care, la donna ha deciso di radunare i familiari e gli amici più stretti nella sua villa, per un weekend il più possibile spensierato, in cui potrà per l’ultima volta godere della loro presenza. Il suicidio, pianificato insieme al marito nei minimi dettagli, avrà luogo subito dopo la partenza degli invitati. A casa della donna, in apparenza serena e risoluta nella sua decisione, giunge così un eterogeneo gruppo di persone: la figlia maggiore Heidi, dal carattere forte, seguita a sua volta da marito e figlio; l’altra figlia Sanne, fragile e con alle spalle una vicenda di dipendenza da farmaci, accompagnata dall’inaffidabile compagno; l’amica di sempre Lisbeth, legata ad Esther e a suo marito da un affetto forte e duraturo. I familiari sembrano aver accettato di buon grado la decisione della donna, e il ritrovo inizia come Esther aveva auspicato: ma presto la tensione, e i rancori irrisolti della famiglia, inizieranno a farsi sentire.

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Posted 27 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

I temi dell’eutanasia, del fine vita, con le enormi problematiche etiche, sociali e giuridiche che questi portano con sé, sono stati più volte, negli ultimi anni, oggetto delle attenzioni del cinema. Viene subito in mente, come termine di paragone più immediato per questo Silent Heart, il recente film israeliano (tuttora inedito in Italia) The Farewell Party: spunto di partenza molto simile (una festa di addio per un individuo che ha deciso di porre fine ai suoi giorni) ma diversissimi gli sviluppi e il tono. Laddove il film di Tal Granit e Sharon Maymon era infatti un’intelligente (e toccante) commedia nera, il lavoro di Bille August, presentato nell’attuale edizione del Nordic Film Fest, è un dramma da camera dalla struttura assolutamente classica.

Un’opera, quella di August (cineasta danese eclettico, dalla lunga carriera) che punta a fornire uno spaccato familiare e interpersonale in un contesto estremo, puntando su un’accumulazione graduale e quasi tangibile della tensione; che diviene, con l’avvicinarsi del momento atteso, scontro ed emersione del rimosso. Un insieme di personaggi a tinte forti, con caratteri attentamente delineati, finiranno per scontrarsi in una sorta di “ring” che svelerà definitivamente il non detto; portando alla luce (anche) l’umanissima natura egoista di ogni sentimento di amore o affetto. Il risultato è un melodramma che gioca (anche visivamente) sul calore degli interni contrapposti al freddo isolamento della campagna che circonda la villa, su quanto in un’occasione del genere si nasconde e su quanto si lascia invece (più o meno volutamente) trasparire.

Il tutto, con un tono che tende a sottolineare la pregnanza emotiva della vicenda, non nascondendone le implicazioni dal carattere (più che mai) universale.

Trailer:

PRO

Quello di August è un (melo)dramma che tocca temi di un’universalità, e di una rilevanza, tali da catalizzare inevitabilmente un interesse che prescinde dal suo valore estetico. Nonostante il cinema si sia misurato più volte, nel corso della sua storia, con questi motivi, Silent Heart riesce a riprenderne le premesse nel modo più puro ed essenziale (pochi personaggi, unità di tempo e di luogo) facendoli arrivare direttamente alla mente e all’emotività di chi guarda. Il film ha il merito di delineare attentamente i personaggi, di svelarne con intelligente gradualità segreti, indole e debolezze, e di accompagnare efficacemente lo spettatore verso una risoluzione conclusiva che vedrà trasformati tutti i soggetti coinvolti. Lo fa, il regista danese, con un tocco che non ha paura del registro esplicito, della messa in campo non mediata di pulsioni e sentimenti, della ridondanza nell’espressione narrativa dei suoi concetti. Una scelta che (complice la buona recitazione di tutto il cast) aiuta l’empatia, ma soprattutto la leggibilità cinematografica di motivi più che mai universali.

CONTRO

La scelta del cineasta danese nel segno dei toni espliciti, del sovraccarico emotivo, di uno sguardo che resta incollato (a tratti in modo soffocante) ai suoi personaggi, può a indisporre chi cerchi al cinema misura ed equilibrio. August si prende i suoi rischi in quanto a retorica ed enfasi ricattatoria, e a tratti non sembra aver pienamente sotto controllo la portata del suo materiale; i toni esplicitamente patetici, la sottolineatura reiterata dei concetti-chiave della storia, le scivolate in un melò a volte ridondante e poco efficace, sono il prezzo che il film sconta all’attitudine del regista. Qualche passaggio narrativo, inoltre, si rivela non gestito al meglio (ne è esempio una risoluzione della vicenda che presenta più di un problema di credibilità); mentre verso la fine del film si trova un twist che appare, per come viene svelato, un po’ pretestuoso quanto facilmente anticipabile.

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Marco Minniti

 
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