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SILENCE

 
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Pro


Potente, suggestivo, intimo ed epico insieme, complesso nelle sue implicazioni storiche ed etiche, innervato da ottime prove d’attori.

Contro


Diseguale nella sceneggiatura, a tratti ridondante, incapace di approfondire la componente antropologica del soggetto (quella potenzialmente più interessante).


In breve

Macao, XVII secolo: il prete portoghese Alessandro Valignano, gesuita del Collegio di San Paolo, riceve una lettera da Cristóvão Ferreira, missionario di stanza in Giappone, in cui vengono descritte le terribili violenze subite dai cristiani da parte delle autorità locali. Secondo il messo della lettera, un mercante olandese, il Ferreira avrebbe commesso apostasia, rinnegando la fede cristiana dopo essere stato torturato. Due giovani sacerdoti del collegio, Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe, insistono col loro superiore per recarsi sul posto a cercare Ferreira, incapaci di credere che il prete, loro mentore, abbia davvero rinnegato la sua fede. Grazie all’aiuto di Kichijiro, pescatore alcolista da tempo fuggito dal Giappone, i due sbarcano sulla costa di Tomogi, un villaggio dove la comunità cristiana vive in clandestinità. Ma l’arrivo dei due sacerdoti attirerà presto l’attenzione dello shogunato, dando il via a una nuova serie di persecuzioni e violenze…

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Posted 19 gennaio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Viene da lontano, il progetto del nuovo film di Martin Scorsese, giunto in sala tre anni dopo il noir finanziario The Wolf of Wall Street: precisamente, l’idea del film nasce quando il regista americano, impegnato nelle riprese de L’ultima tentazione di Cristo (1988), lesse il romanzo di Shusaku Endo Silenzio, incentrato sulle persecuzioni subite dai cristiani durante il primo periodo Tokugawa. In effetti, riposando sull’afflato spirituale che permea, in misura diversa, tutta la filmografia di Scorsese, c’è un filo sottile che unisce l’epopea evangelica interpretata da Willem Defoe a questo Silence: è quello della fede che si fa tormento, della natura divina che si trasfigura nella sofferenza, di una trascendenza che, per rivelarsi nella sua essenza più pura, pretende di tacere di fronte alla barbare. Temi legati a doppio filo all’educazione cattolica del regista, che hanno trovato collocazione e respiro tra le pagine del romanzo originale.

Narrando una vicenda dalla notevole estensione temporale, articolata in un racconto di quasi tre ore di durata, Scorsese si muove qui tra l’intimismo del soggetto (quello di un protagonista, col volto di Andrew Garfield, animato da una fede che si scontra con l’impenetrabile silenzio della divinità) e la sontuosità della messa in scena; tra una riflessione che è per definizione personale, appannaggio esclusivo del singolo (il rapporto con la divinità, e con la propria stessa propensione alla fede) e la dimensione antropologica della religione, nel suo, più generale, rapportarsi alla cultura di una società. La sceneggiatura, scritta dal regista insieme a Jay Cocks, oscilla costantemente tra queste due dimensioni, integrandone le premesse e tenendo finanche la componente spirituale ancorata a una sanguigna fisicità, quella delle spietate violenze subite dai kirishtan locali.

Nell’ottica di una vicenda che vuole prescindere, nel suo portato insieme epico ed intimo, dal singolo volto, il regista fa qui una scelta di casting in controtendenza rispetto ai suoi ultimi lavori, lasciando la scena principale a due interpreti da poco assurti alla notorietà, meno ingombranti dei suoi attori-feticcio del passato. L’ex-Spiderman Garfield, e l’obliquo Adam Driver, sono in questo senso due scelte in linea con i tratti del soggetto, che lasciano al più stagionato Liam Neeson (il cui personaggio prende corpo, e consistenza, solo nell’ultima parte del film) il ruolo di generico missing in action; una specie di Soldato Ryan ante-litteram, il cui salvataggio, insieme auspicato e temuto, porta con sé il fardello di un’ipotesi (quella della caducità della fede stessa) che potrebbe implicare il crollo di un’intera impalcatura di vita e di azione.

Trailer:

PRO

Silence è un ulteriore, importante tassello di una filmografia complessa e articolata, in cui la riflessione spirituale si fa manifesta e si ancora alla storia, nonché a un suo poco trattato, ma fondamentale passaggio. Con alcune esplicite scelte di scrittura e regia (la voce fuori campo, l’effige del Cristo tornata più e più volte come visione, persino la voce – immaginata dal protagonista – della divinità) Scorsese si prende i suoi rischi, introducendo un elemento di vissuto personale, quasi consapevolmente dissonante, in un’epopea storica che ha le dimensioni e il portato della tragedia collettiva. Silence, per tutta la sua durata, oscilla proprio tra queste sue due (inscindibili) componenti, maneggiando entrambe con consapevolezza e sensibilità. La sontuosa messa in scena non risparmia l’esplicitazione di un viaggio personale e tormentato, quello dentro una fede (che si fa componente fondamentale dell’identità) che da fatto personale diviene dolorosa contropartita per l’altrui sopravvivenza. L’odissea vissuta dal protagonista nella seconda parte del film, il suo tormento di fronte a un martirio che è disgregazione di una comunità e fallimento del suo progetto, la laica consapevolezza della fragilità di un elemento come la fede, vengono resi in un crescendo dalla forza cinematografica innegabile. In tutto questo, agli ottimi interpreti principali (i già citati Garfield, Driver e Neeson) si somma un altrettanto efficace cast nipponico, tra cui spiccano la star Tadanobu Asano (nei panni del personaggio forse più sgradevole e subdolo dell’intero film) e un insolito Shinya Tsukamoto nel ruolo di un devoto, consapevole martire.

CONTRO

Forte di un background storico/antropologico dalla notevole consistenza, e innervato dal tocco di un maestro, Silence è però tutt’altro che un’opera perfetta. La parte centrale del film inanella più di una lungaggine, mentre la voice over di Garfield si fa a tratti ridondante e stucchevole; soprattutto, il film finisce per perdere presto di vista (o meglio, per lasciare volutamente in ombra) quella che poteva essere una delle sue componenti più interessanti: ovvero, la convivenza e la capacità di reciproca accettazione tra fedi di natura contrastante, la malleabilità e capacità di adattamento (e trasformazione) della fede stessa, nonché il più generale rapporto di una religione con la cultura in cui essa vive e prolifera. Una componente di ricerca antropologica (calata nel contesto della “palude” del Giappone secentesco) che la sceneggiatura sfiora soltanto, e che non viene integrata al meglio con la vicenda personale del protagonista (e col suo tormentato viaggio). Imperfezioni di tono e di sostanza, quelle a cui abbiamo accennato, che non impediscono a Silence di risultare film interessante e meritevole di visione, ma che lo allontanano dalle opere più riuscite di uno dei protagonisti del cinema (non solo americano) dell’ultimo cinquantennio.

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Marco Minniti

 
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