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SICILIAN GHOST STORY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Ottima la regia, sospesa tra crudezza e onirismo, accattivante la costruzione visiva, coraggiosa la scelta del tema, così come la chiave in cui questo viene affrontato.

Contro


Qualche lungaggine nell’ultima parte, compreso un finale didascalico e fuori tono rispetto al resto del film.


In breve

In un piccolo paese della Sicilia, Giuseppe e Luna vivono il loro primo amore. Durante un’escursione dei due nel bosco, però, lui scompare misteriosamente. Nel paese c’è un clima di omertà e rassegnazione rispetto alla sorte del ragazzino: nessuno, compresa la stessa famiglia di Giuseppe, vuole parlare. Luna, però, non si dà per vinta, spinta dall’amore per il piccolo compagno: stampa volantini, cerca di far intervenire la polizia, si scontra con la sua stessa famiglia. I suoi sogni, in cui vede Giuseppe prigioniero di un luogo oscuro posto al di là di un lago, gli indicheranno la via per ritrovare il fidanzatino…

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Posted 20 maggio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Cinque anni dopo l’esordio di Salvo, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza tornano ad affrontare dal loro personale punto di vista una storia di mafia. Come fu per il loro esordio, è la Croisette il palcoscenico internazionale per questa opera seconda, che ha aperto l’edizione corrente della Semaine de la Critique; e, anche qui, il genere viene contaminato da suggestioni che si estendono ben oltre i suoi confini, toccando territori cinematografici apparentemente da esso lontani, e con esso difficilmente conciliabili. Territori che, nel caso specifico, vanno a impattare direttamente la fiaba e i suoi archetipi, con la trasfigurazione fantastica di una storia umana caratterizzata dalla più spietata crudeltà.

Quella raccontata da Sicilian Ghost Story, in particolare, è una storia di mafia emblematica, che per le sue modalità cruente è rimasta tragicamente impressa, oltre un ventennio dopo, nell’immaginario collettivo. Pochi episodi analoghi, di fatto, hanno colpito l’opinione pubblica come l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Quella dei due registi italiani, quindi, si configura come una scelta decisamente rischiosa, sia dal punto di vista della vicenda ispiratrice (per l’emozione che a tutt’oggi genera nel senso comune), sia da quello delle modalità con cui questa è stata affrontata. Una scelta che ha preso le mosse dal racconto Un cavaliere bianco di Marco Mancassola, contenuto in una raccolta nel quale l’autore toccava, in chiave narrativa, alcuni eventi fondamentali della recente storia italiana.

Grassadonia e Piazza narrano quindi la storia del piccolo Di Matteo, figlio di un pentito prima rapito, poi brutalmente assassinato, come fosse una fiaba, con l’amore pre-adolescenziale (quello più puro e idealizzato) come punto di partenza e di arrivo. Proprio il periodo in cui l’infanzia si trasforma in adolescenza, durante il quale l’esistenza del piccolo protagonista ha trovato la sua tragica fine, è quello scelto dalla sceneggiatura per farsi emblema di un universo fantastico, quello già in grado di vedere la brutalità della realtà che gli si agita intorno, ma (ancora) capace di opporsi ad essa con la forza pura e incontaminata del sogno. Sogno che, nella visione dei due registi, contempla anche la sua parte cupa (come per qualsiasi fiaba) ma si fa potente forza rigeneratrice, filtro necessario per scorgere con chiarezza la crudeltà e le bassezze di un mondo adulto mai così respingente.

Trailer:

PRO

Dopo Salvo, Grassadonia e Piazza si confermano due autori più che interessanti nell’attuale panorama italiano, capaci di fare cinema di genere da un punto di vista nuovo, e assolutamente calato nella realtà nostrana. Gli archetipi della fiaba qui vengono affrontati tutti (dal bosco come luogo di smarrimento e metafora della crescita, al mostro ingannatore, fino all’elemento magico – qui incarnato dai sogni – come traccia per il ritrovamento) e calati in una Sicilia fotografata in toni accattivanti e decisamente originali: un territorio molto meno solare di quella che è la sua immagine da cartolina, presentata nel film come mero contenitore, superficie esteriore che cela i ben più cupi (e umani) orrori in cui la giovane protagonista si imbatte. Il tono onirico della regia, in perfetto equilibrio tra la levità del sogno (alimentato dall’amore tra i due protagonisti) e la spietata concretezza della prigionia del piccolo Di Matteo, avvolge e ammalia; senza per questo negare allo spettatore la consapevolezza della tragedia che si consuma davanti ai suoi occhi. Va rimarcata poi la buona prova dei due giovanissimi protagonisti (notevole la trasformazione dell’interprete principale Gaetano Fernandez); mentre un plauso va ai due registi per la scelta del soggetto, e per il rispetto con cui una storia tragicamente ancora impressa nella memoria collettiva, è stata resa in una chiave così anticonvenzionale.

CONTRO

Il bel film di Grassadonia e Piazza ha probabilmente il suo unico, vero limite in una narrazione che si sfilaccia leggermente nell’ultima parte, tirando un po’ troppo per le lunghe la conclusione della vicenda (qualche minuto in meno avrebbe giovato) e presentando un finale didascalico e piuttosto inutile. L’ultimissima sequenza risulta superflua nell’economia narrativa del film, con un tono esplicito che mal si adatta alla generale atmosfera che i due registi, per il resto dell’opera, avevano costruito. Un limite, comunque, non tale da inficiare la riuscita di un film importante, che conferma il talento di due autori che (crediamo e auspichiamo) avranno ancora molto da dire nel panorama cinematografico italiano.

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Marco Minniti

 
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