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SICARIO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Teso, ben diretto, problematico come tutti i film del regista. Splendida, come sempre, la fotografia di Roger Deakins.

Contro


Svolgimento più lineare e risaputo rispetto ai precedenti film di Villeneuve. Qualche lungaggine di trama, e qualche episodio ai limiti del manierismo.


In breve

Kate è una giovane agente dell’FBI che opera sul confine tra Stati Uniti e Messico, dove la legge è solo carta straccia e si combatte, quotidianamente, una guerra contro i cartelli del narcotraffico. Qui, la ragazza viene arruolata dal funzionario di una task force governativa per far parte di una missione speciale, che dovrà scortare negli USA il fratello di un noto (e intoccabile) boss. Kate, da sempre abituata ad essere in prima linea, accetta la missione senza esitazioni: ma presto scopre che molti punti dell’operazione le sono stati taciuti, e il suo ruolo potrebbe essere diverso da quello che pensava. I suoi sospetti, in particolare, si concentrano su Alejandro, il misterioso consulente della CIA che guida l’operazione, e che in passato aveva lavorato per la corrotta polizia messicana. Mentre i dubbi di Kate si intensificano, la missione assume una piega molto diversa da quella che la donna si aspettava…

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Posted 23 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Quello di Denis Villeneuve è sempre stato un cinema in perfetto equilibrio tra la tensione autoriale, con la trattazione di un nucleo di temi forti (le ombre della famiglia, il passato, l’ambiguità del reale, il contrasto tra individuo e storia) e una forte impronta di genere. Fin dai suoi esordi a fine anni ’90, il regista canadese è sempre rimasto fautore di un cinema popolare, che non ha paura di sposare appieno le logiche dell’industria, riuscendo tuttavia a mantenere (nella varietà dei generi affrontati) una decisa impronta personale. Ora, proseguendo la trasferta americana iniziata con Prisoners (e in attesa di vedere il contemporaneo Enemy, tuttora inedito) Villeneuve si va ad immergere in una realtà complessa, multiforme ed ambigua, come quella delle zone di confine tra Stati Uniti e Messico.

Un soggetto, quello di questo Sicario, sulla carta perfetto per il cinema del regista canadese, che va ad esplorare un contesto caratterizzato dall’assenza di legge, in cui i confini della moralità si fanno relativi, e l’individuo resta schiacciato da logiche che deve accettare senza comprenderle. Un territorio in cui si combatte una guerra non dichiarata (non diversa da quella che stava sullo sfondo del precedente La donna che canta) che favorisce l’emersione di figure ambigue, portatrici di una forte carica di inquietudine; tra queste, quella del consulente/mercenario interpretato da un perfetto Benicio Del Toro. A fargli da contraltare, una Emily Blunt tormentata, magra ed emaciata, tanto inizialmente risoluta quanto in seguito consumata da dilemmi morali di non facile soluzione.

Trailer:

PRO

Quello di Villeneuve resta un cinema prezioso, da preservare, e Sicario (seconda incursione del regista nei territori del mainstream statunitense) conferma questo assunto. I temi prediletti dal cineasta canadese ci sono tutti, esplicitati in un action thriller che ha l’impatto visivo di alcune opere recenti di Kathryn Bigelow (Zero Dark Thirty su tutte) e il vigore tematico del cinema statunitense di impegno civile degli anni ’70. Da quest’ultimo, in particolare, Villeneuve riprende il contrasto tra la tensione idealista (quella incarnata dal personaggio della Blunt) e un potere sfuggente e multiforme, che schiaccia e fagocita, mettendo in crisi i codici morali dei personaggi. Un approccio squisitamente noir a temi e caratteri, tutto riflesso sul volto (e nelle azioni) del mercenario interpretato da Del Toro. In più, il regista inanella poche (ma perfette) scene d’azione, mostrando il consueto controllo della messa in scena, e affidandosi ancora una volta alla splendida fotografia di Roger Deakins: difficile non restare ammaliati dalla lunga sequenza della caccia notturna, in cui l’alternanza tra l’uso del negativo e la soggettiva col visore a infrarossi trasforma il paesaggio in un’astratta (e minacciosa) landscape lunare.

CONTRO

Se paragonato ai lavori precedenti del regista, Sicario risulta un thriller dallo svolgimento molto più lineare, privo di quelle impennate, e di quei twist narrativi, che ivi erano capaci di far riflettere lo spettatore sulla natura di ciò che stava vedendo. Qui assistiamo sì a un’impalcatura da thriller, e a un progressivo svelamento dei contorni della vicenda, ma il tutto risulta molto più convenzionale e prevedibile. La stessa ambiguità morale al centro della storia, così come l’evoluzione di quest’ultima, risultano in fondo già viste, e animate da una progressione abbastanza risaputa. La non perfetta sceneggiatura di Taylor Sheridan inanella inoltre qualche passaggio a vuoto, alcune lungaggini e forzature (tra queste, l’episodio tra la protagonista e il poliziotto interpretato da Jon Bernthal), segno di una gestione del racconto che qui mostra qualche limite. Il regista inserisce inoltre nella vicenda alcuni episodi ai limiti del manierismo (tra questi, il motivo ricorrente della famiglia del poliziotto corrotto, poco funzionale in senso strettamente narrativo), tesi soltanto a sottolineare una continuità “autoriale” che era già evidente nella trama.

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Marco Minniti

 
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