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CONFERENZA STAMPA: SHORT SKIN

 
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In breve

Ne ha già fatta molta, di strada, un piccolo film indipendente come Short Skin. L’esordio nel lungometraggio di fiction del regista italiano Duccio Chiarini (fiorentino, alle spalle una lunga produzione di corti e documentari – tra questi ultimi si ricorda Hit The Road, Nonna, del 2011) è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa Biennale College Cinema, progetto lanciato dalla manifestazione veneziana per promuovere giovani cineasti italiani; quattro settimane di riprese, un budget di 150.000 dollari e un pugno di giovani attori (col giovane rapper Matteo Creatini nel ruolo di protagonista), e in seguito la presentazione alla Mostra del Cinema nel 2014, e poi alla successiva Berlinale (nella sezione Generation). L’approdo in sala grazie alla Good Films non sarà la tappa conclusiva, per il film di Chiarini, che si prepara anche a sbarcare all’estero: Francia, Regno Unito, Norvegia, Australia e Hong Kong saranno alcune delle sue prossime tappe, un risultato di tutto rispetto per un’opera prima dal forte carattere indipendente.Colpiscono l’ironia e la delicatezza di questo esordio, storia in dolceamaro di una personale “linea d’ombra”, con la crescita di un adolescente alle prese con un problema fisico e tanti, comunissimi problemi di insicurezza; colpisce nel segno il mix tra divertimento surreale e descrizione puntuale di un ambiente e di un modo di vivere, la resa dei sapori e dei colori dell’adolescenza mescolata alla capacità di ridere dei suoi rituali.

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Posted 16 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Nell’incontro seguito alla proiezione stampa del film “Short Skin“, il regista ne ha spiegato genesi e percorso produttivo, soffermandosi sui suoi temi e sul legame col suo vissuto personale. Insieme a lui, la co-sceneggiatrice Ottavia Maddeddu, il protagonista Creatini, e gli interpreti Bianca Nappi, Francesca  Agostini e Miriana Raschillà.

Puoi spiegarci la genesi del film?

Duccio Chiarini: L’idea nasce per caso: stavo realizzando un altro film, ma avevo qualche difficoltà, e nel frattempo cercavo un’idea di storia da raccontare con pochi mezzi, ma tanto cuore ed emozione. Avevo letto un fumetto di Gipi intitolato La mia vita disegnata male, in cui c’era una visita da un andrologo che mi aveva riportato alla mente una mia analoga esperienza; allora ho scritto il soggetto di getto, l’ho fatto leggere ad Ottavia, lei è rimasta entusiasta e abbiamo continuato a lavorarci. Ho poi fatto la domanda a Biennale College, e loro hanno accettato. In questo film tutto è andato insolitamente liscio: dalla prima stesura del soggetto, fino al DCP finale portato a Venezia, è passato poco più di un anno.

Creatini, da musicista come sei entrato in un personaggio del genere, così connesso con i tormenti tipici della tua età?

Matteo Creatini: Al film ci sono arrivato casualmente, ho fatto il provino perché avevo visto in giro dei manifesti in cui si parlava della ricerca di attori per il progetto. Duccio inizialmente voleva farmi fare l’amico del protagonista, che caratterialmente era più vicino a me; molto chiacchierone, così come lo sono io. Poi, dopo tanti provini, ha cambiato idea e ha deciso di darmi la parte di Edoardo, che invece è il mio esatto contrario. Il personaggio comunque ha molte cose che anch’io ritrovo nella mia vita: mi è piaciuto tantissimo perché mi ha permesso di rivivere quei momenti che, quando ci passi, non te ne accorgi. Potersi soffermare su certi sentimenti tipici dell’adolescenza, sulla tenerezza dell’età, è molto importante e prezioso.

Alla fine del film si legge una dedica che recita “alla mia famiglia”. Quanto ha pesato il tema della famiglia, all’interno di un film in cui apparentemente il protagonista è solo Matteo?

Duccio Chiarini: L’idea era quella di raccontare il mondo di un adolescente che era circondato. Nella mia vita c’è sempre stata molta famiglia, forse troppa: spesso sembriamo quasi un kibbutz, facciamo tutto insieme. Nel film c’è il confronto continuo tra il ragazzo e l’ambiente circostante, tra le sue insicurezze e quelle che sembrano le sicurezze esterne: loro lo fanno sentire sempre sotto pressione, è un mondo adulto che ha una facciata apparentemente molto forte.

Ottavia Maddeddu: Nella prima stesura del soggetto c’era già molta famiglia. Io avevo già lavorato con lui in Hit The Road, Nonna, quindi sapevo della preponderanza del tema della famiglia nel suo lavoro. Si partiva da un magma che nasceva dalla sua vita, ma in seguito lo abbiamo piegato a soluzioni narrative più varie: rimanendo però fedeli al cuore di ciò che lui voleva raccontare.

Bianca Nappi: Uno dei punti di forza delle sue storie è proprio quello di mettere in luce le contraddizioni della famiglia: qui, per esempio, la madre del protagonista lo ama molto, di un amore quasi soffocante, come quello di molte mamme italiane; ma paradossalmente non si rende conto dell’enorme problema che ha, e che è al centro della storia.

Bianca Nappi, quanto avete contribuito voi ai dialoghi?

Bianca Nappi: Abbiamo avuto la fortuna di fare molte prove, e questo aiuta sempre la verosimiglianza; lui ha voluto che ci lavorassimo un po’ come si lavorerebbe su un documentario, creando un legame tra noi che fosse reale. I dialoghi sono forse un po’ cambiati, da quello che era il copione originario, ma li ha cambiati lui man mano che vedeva le prove.

Francesca Agostini, il tuo ruolo è forse quello della persona più decisa. È pragmatica, ma anche romantica il giusto?

Francesca Agostini: Mi fa piacere esca fuori anche la sua tenerezza: lei può sembrare semplicemente la vicina di casa amica, ma pragmatica e decisa, ma in realtà anche lei soffre delle stesse insicurezze del protagonista. Ci ho messo dentro molto anche del mio vissuto.

Miriana Raschillà, del tuo personaggio cosa puoi dirci?

Miriana Raschillà: Premetto che il lavoro svolto con Duccio è stato innanzitutto una bella esperienza umana, che ci ha trasmesso emozioni vere. Anche per questo i dialoghi appaiono così naturali. Per capire Elisabetta ho analizzato anche me stessa: sembra determinata e forte, ma è capace di tirare fuori anche molta dolcezza.

Il film è visivamente molto forte, le inquadrature sono curate e studiate. Chi è il direttore della fotografia?

Duccio Chiarini: Si chiama Baris Ozbicer, ed è turco. Inizialmente non lo conoscevo, ma poi siamo diventati amici. Avevo adorato un suo film, Bal, che aveva vinto l’Orso d’Oro a Berlino, e ho apprezzato anche il successivo Majority. Io ho sempre lavorato con direttori della fotografia stranieri: non capendo i dialoghi, questi hanno spesso uno sguardo preferenziale sulla realtà. Qui volevamo far passare l’idea che si potesse fare un film divertente che avesse anche le amarezze e l’aria rarefatta di certi film svedesi.

E le musiche, come le hai trovate?

Duccio Chiarini: Inizialmente la storia era stata scritta per essere ambientata negli anni ’90; e proprio per questo volevo ci fossero le musiche di un gruppo che amavo molto di quel periodo, i Grant Lee Buffalo. Poi, però, abbiamo pensato di aprirci al contemporaneo, nonostante ci sia rimasta quella voglia di sonorità particolari, quelle atmosfere che ricordavano molto da vicino la mia adolescenza. In seguito mi hanno fatto ascoltare la musica di Mark Andrew Hamilton e della sua band, i Woodpigeon: così lui ha iniziato a mandarmi periodicamente pezzi che davano qualcosa in più, amplificando le sensazioni del film.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Duccio Chiarini: Si tratta del film che volevo fare prima di questo, su cui ora tornerò a lavorare. Avevo iniziato a scrivere la sceneggiatura con Roan Johnson, Davide Lantieri e Marco Pettenello, ora lo sto riscrivendo io. Sarà una storia d’amore, che racconterà la confusione e lo smarrimento di due trentenni che si lasciano, vista dal punto di vista di lui.

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Marco Minniti

 
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