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SE PERMETTI NON PARLARMI DI BAMBINI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Buon ritmo, interpreti efficaci, capacità attraverso la commedia di parlare a spettatori di tutte le latitudini.

Contro


Intrinsecamente fragile nella struttura, pretestuoso nell’idea di base, gravato da un eccesso di sentimentalismo nella seconda parte.


In breve

Da quando si è separato, restando da solo con sua figlia Sofia, di nove anni, Gabriel si dedica anima e corpo alla cura della bambina, ignorando completamente le altre donne. Proprietario di un negozio di musica ereditato da suo padre, con cui ha un rapporto conflittuale, l’uomo incontra casualmente Vicky, una sua ex compagna di liceo che a suo tempo aveva una cotta per lui. I due trascorrono una piacevole serata insieme, ma, proprio mentre sta per rivelarle dell’esistenza di sua figlia, Gabriel apprende che Vicky ha un odio patologico verso i bambini. La conoscenza tra i due si approfondisce col tempo sempre più, trasformandosi in un’appassionata relazione: ma Gabriel è costretto a tener nascosta la presenza di Sofia, per paura di perdere l’amore della donna. La verità, tuttavia, è destinata a venire presto a galla…

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Posted 28 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

In curiosa corrispondenza con le nostrane discussioni sul “Fertility Day”, e sulla discutibile campagna istituzionale volta a promuovere la procreazione, esce nelle sale italiane un film che affronta, in forma di commedia, proprio il tema della genitorialità. Campione d’incassi in Argentina nel 2015 (nel primo weekend di programmazione ha superato persino il blockbuster Mad Max: Fury Road), questo Se permetti non parlarmi di bambini mostra tutti i crismi della commedia romantica, che innesta il tema della famiglia, della sua costruzione, e dei conflitti che questa porta con sé, sul collaudato canovaccio della più classica love story. Love story debitrice, nell’intreccio come nel ritmo narrativo e figurativo, di tanto cinema statunitense dell’ultimo ventennio.

In effetti, se non fosse recitato in spagnolo, da protagonisti con nomi latini, Sin hijos (questo il suo titolo originale) potrebbe essere tranquillamente una commedia romantica hollywoodiana, tra le tante nate sulla scia dei film del recentemente scomparso Garry Marshall. Non ci stupiremmo, a questo proposito, se Hollywood (visto anche il successo raggiunto in patria) ne annunciasse presto un remake. Il film di Ariel Winograd segue in effetti le regole e l’evoluzione narrativa di molti analoghi prodotti  statunitensi, mostrando con garbo (e un occhio sempre attento a un pubblico di famiglie) fratture, crisi e ricomposizioni del nucleo familiare, e utilizzando uno stuolo di personaggi (a partire dai due protagonisti) che rappresentano altrettanti “tipi” semplificati.

Nei due ruoli principali, due importanti interpreti locali come Diego Peretti e Maribel Verdù (visti rispettivamente nel drammatico The German Doctor, visto nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2013, e nella cupa rilettura di Blancanieves, datata 2012); ad affiancarli, e a rubar loro invero, spesso, la scena, la giovanissima Guadalupe Manent, nel ruolo di quell’elemento dallo sguardo più limpido e “puro” che, come da tradizione, saprà superare indecisioni e idiosincrasie dell’universo adulto.

Trailer:

PRO

La commedia diretta da Ariel Winograd è garbata, dal ritmo sostenuto, impreziosita da buoni interpreti (con in testa la simpatica Guadalupe Manent), e costellata da gag ed equivoci volti a rappresentare, in forma semplificata ma efficace, molti snodi della quotidianità. La struttura collaudata della sceneggiatura, che si regge su un motivo stereotipato (una bugia, con la catena di tragicomici eventi che ne seguono) riesce a coinvolgere spettatori di tutte le latitudini nel modo più semplice e diretto; il regista mostra un buon mestiere nel dare la giusta enfasi emotiva agli snodi-chiave della trama, riuscendo a costruire gradualmente un’efficace empatia con i tre personaggi principali. In una regia che, per gran parte del film, si fa da parte in favore degli interpreti, limitandosi a seguire i dettami dello script, spicca qualche buon momento (il lungo piano sequenza circolare che segue la trasformazione della casa del protagonista, la sequenza della foresta), segno di un cineasta dalla personalità da non sottovalutare.

CONTRO

Il film di Winograd sconta innanzitutto l’esilità della sua struttura, oltre a un’idea di base intrinsecamente fragile, e alla scarsa credibilità della sua premessa (la possibilità di tenere nascosta una figlia, e di trasformare la propria abitazione a seconda dell’ospite convenuto). La forma attraverso la quale il film rappresenta i temi familiari, con le crisi e le ricomposizioni vissute in seno all’istituzione-cardine della società occidentale, appare talmente semplificata da sfiorare il semplicismo; i personaggi, e le loro biografie, sono inevitabilmente stereotipati, buoni per favorire un’identificazione facile e immediata quanto mancanti di credibilità. Il film, generalmente efficace nel costruire l’empatia, si lascia andare (in particolar modo nella seconda parte) a un eccesso di melassa e di sentimentalismo, che inficia quella capacità di coinvolgimento emotivo, e di disponibilità spettatoriale a “stare al gioco”, che era riuscito a richiamare per buona parte della sua durata.

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Marco Minniti

 
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