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SCAPPA: GET OUT

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Intelligente e gustosa riflessione, in forma di horror, sul tema della discriminazione, capace di mettere alla berlina con efficacia riti e feticci di un’America fintamente liberal.

Contro


Il finale potrebbe apparire fuori tono rispetto al resto del film. Va sottolineato che non si tratta di un horror che ha nello spavento (in senso stretto) il suo scopo principale.


In breve

Dopo quattro mesi di fidanzamento, Chris Washington si prepara ad andare a conoscere i genitori della sua ragazza, Rose. I due, bianchi e di estrazione benestante, vivono in una villa sita fuori città, tra i boschi: Rose non ha mai detto loro che Chris è nero, ma la giovane rassicura in tutti i modi il suo fidanzato sul fatto che non ci saranno problemi. Appena giunto nella tenuta, Chris viene accolto dalla coppia con un affetto eccessivo, ostentatamente esibito; inoltre, i due domestici di colore sembrano comportarsi in modo strano, come preda di una sorta di trance. Nel weekend durante il quale la giovane coppia dovrà trattenersi, è previsto un rinfresco da tenersi con i membri del vicinato: non appena i primi ospiti iniziano ad arrivare, Chris nota uno strano atteggiamento rivolto verso di lui, un misto di curiosità e ribrezzo. Il giovane inizia a capire che c’è qualcosa di fortemente sbagliato, ma l’amore per Rose lo spinge a cercare di mantenere un atteggiamento razionale…

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Posted 20 maggio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Tra gli esordi di attori passati dietro la macchina da presa nel corso degli ultimi anni, quello del comico Jordan Peele (poco noto al pubblico italiano, interprete della sketch comedy Key & Peele e del serial Fargo) è certo tra i più curiosi. Commedia horror che impatta direttamente (e da un’ottica tutta sua) il tema della discriminazione razziale, già presentato al Sundance Film Festival, Scappa – Get Out ha immediatamente raccolto i favori di pubblico e critica d’oltreoceano, diventando un piccolo caso cinematografico. Se il cinema a tematica razziale, spinto anche dalle contraddizioni e dai nodi irrisolti della recente presidenza di Barak Obama, continua a tenere banco negli States, il modo poco convenzionale con cui il neoregista affronta il tema è certo degno d’attenzione.

Affidandosi all’ottimo protagonista Daniel Kaluuya (già visto in Sicario di Denis Villeneuve), ma anche alla perfetta coppia costituita da Bradley Whitford e Catherine Keener, Peele dirige un horror da camera sempre giocato sul filo del grottesco e dell’allucinatorio, memore sia dei classici del fantastico e della fantascienza, che del cinema black degli anni’60 e ‘70. Guardando il film, e seguendo l’evoluzione del suo intreccio, viene da pensare a un curioso ma riuscito incrocio tra Indovina chi viene a cena? di Stanley Kramer e Society – The Horror di Brian Yuzna: l’obiettivo è quello di fornire una metafora, neanche troppo velata, su un’America caratterizzata da un atteggiamento liberal di facciata, celante in realtà una spietata tendenza alla cancellazione e all’omologazione di qualsiasi differenza.

Trailer:

PRO

Prodotto dalla Blumhouse Pictures, realtà indipendente che sempre più sta affinando la qualità e l’originalità delle sue proposte, Scappa – Get Out è un thriller/horror che si muove, con intelligenza, nei territori della satira di costume, utilizzando il genere per portare avanti con lucidità un discorso personale e nient’affatto omologato sul tema della discriminazione (e sui suoi risvolti). L’overdose di cinema a tematica razziale a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, foriera di prodotti spesso furbi e manierati, fa accogliere come una boccata d’ossigeno un’opera prima come quella di Peele: è proprio la freschezza dell’idea, l’originalità dell’approccio alla materia, e la consapevole cattiveria del discorso messo in campo dal regista, a far guardare con simpatia ed approvazione a questo esordio. La sceneggiatura dipana con intelligente gradualità il mistero che si cela nella residenza degli anziani coniugi, mentre il tono del racconto, a metà tra il divertito e il consapevolmente paranoico (complice la galleria di ritratti grotteschi che affiancano i personaggi principali) instilla fin dai primi minuti nello spettatore un palpabile disagio. Disagio che sfocia presto in un incubo che mette alla berlina i feticci e i rituali di un’America liberal che mostra qui il suo volto più feroce, con una rabbia iconoclasta che il genere non riusciva più ad esprimere da decenni.

CONTRO

Si potrebbe forse obiettare su un finale che (evitando volutamente qualsiasi anticipazione) può apparire fuori tono rispetto al resto del film. Va anche sottolineato che, date le premesse della storia e le aspettative instillate dal film nello spettatore, concludere in modo inattacabile la vicenda era quantomai difficile, per non dire impossibile. Gli appassionati del genere (e dei lavori targati Blumhouse risalenti a qualche anno fa) vanno inoltre avvisati del fatto che si tratta di un horror atipico, che punta a scuotere, inquietare e divertire insieme, ma che certo non ha nello spavento (almeno nel senso che si è abituati a dare a questo termine, normalmente, al cinema) il suo scopo principale.

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Marco Minniti

 
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