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SAN ANDREAS

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Spettacolare, tecnicamente ineccepibile, con un 3D efficace e ammaliante.

Contro


Script esile, risaputo, consapevolmente relegato a elemento secondario.


In breve

Una serie di eventi sismici iniziano a verificarsi, con insistenza, lungo una faglia in precedenza mai rilevata, posta nei pressi della diga di Hoover, nel Nevada. Nel frattempo, il geniale sismologo Lawrence ha messo a punto un rivoluzionario sistema che permette di prevedere, in modo esatto, il verificarsi dei terremoti. Lo sciame sismico in atto dà subito allo scienziato l’occasione di mettere alla prova la sua scoperta, seppur nel modo più traumatico: le sue previsioni, infatti, anticipano quello che sarà il più devastante evento sismico della storia, un terremoto destinato dapprima a mettere in ginocchio la città di Los Angeles, e in seguito a radere completamente al suolo San Francisco. Nel frattempo, il vigile del fuoco Ray, pilota di elicotteri della squadra di soccorso di Los Angeles, sta coordinando le operazioni di soccorso nelle zone già toccate dallo sciame: ma, quando riceve la notizia che la sua famiglia è in pericolo, Ray dovrà iniziare una corsa contro il tempo per raggiungere San Francisco, già squassata dal sisma e isolata nelle comunicazioni, per proteggere la vita di sua moglie e sua figlia.

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Posted 3 giugno 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Il filone action/catastrofico, da ormai quasi un ventennio, continua a inanellare blockbuster di varia riuscita, puntando su un gusto ben radicato nel pubblico di riferimento (quello statunitense), sul costante miglioramento della tecnica cinematografica e degli effetti speciali, nonché sui fantasmi di eventi drammatici (leggasi: 11 settembre) che il cinema, come ogni rito che si rispetti, si incarica di esorcizzare. L’ultimo arrivato, in ordine di tempo, in un genere che quindi ha sempre garantito appeal e incassi, è questo San Andreas, diretto dal regista Brad Peyton (suoi il film per famiglie Cani & gatti – La vendetta di Kitty e l’avventuroso Viaggio nell’isola misteriosa) e interpretato dalla star del cinema d’azione Dwayne Johnson, aka The Rock.

Grazie a una confezione sontuosa, a un budget faraonico, e a un 3D accattivante e tecnicamente all’avanguardia, il film di Peyton sposta di una tacca l’asticella della spettacolarità già toccata dai suoi predecessori (in primis dalle pellicole del collega Roland Emmerich): nel mettere in scena la distruzione di San Francisco, in particolare, il film raggiunge punte di stordimento visivo raramente toccate in precedenza, esaltate da una stereoscopia dal carattere immersivo, che evidenzia al meglio forme e volumi, dando una consistenza fisica, e straordinariamente concreta, alla loro distruzione. Al netto di una traccia narrativa esilissima, che qui si configura più che mai come mero orpello, questo San Andreas si fa ricordare per il suo richiamo a una modalità percettiva “piena”, che coinvolge la dimensione fisica quanto quella visiva: in questo senso, il film può essere quindi valutato appieno, nel bene come nel male, solo se fruito nella sua veste stereoscopica.

Trailer:

PRO

San Andreas è un film tecnicamente inattaccabile, che fa bella mostra di tutti i soldi spesi per realizzarlo. Imponente, roboante, dal ritmo indiavolato, il film di Peyton offre uno spettacolo che inevitabilmente coinvolge: questo, grazie anche ad un uso del 3D che non si limita a dare un po’ di profondità a qualche scena, o ad usare i più classici effetti stereoscopici (gli oggetti scagliati contro lo spettatore, qui quasi assenti) ma provoca una reale immersione dello spettatore nel suo mondo. In questo, pur non raggiungendo le punte di perfezione tecnica (e soprattutto di consapevolezza e ricerca) di opere come Avatar o Hugo Cabret, il film presenta un uso del 3D che rappresenta un reale valore aggiunto alla visione: diremmo, persino, una parte integrante della sua stessa essenza, in un’estetica che punta alla saturazione visiva, al programmatico caos percettivo, alla fruizione che chiama a sé anche la dimensione fisica, oltre a quella visiva e auditiva. In questo, siamo forse di fronte a un punto di arrivo per un intero genere, per come programmaticamente un comparto visivo pieno, frastornante e ammaliante viene anteposto a una narrazione che perde di peso, trasformata in elemento accessorio.

CONTRO

Una valutazione strettamente cinematografica, portata avanti con gli strumenti della critica, non può prescindere dalla totale inconsistenza narrativa, dalla netta e dichiarata rinuncia a qualsiasi idea di racconto, che dal film emergono. La sceneggiatura presenta una prevedibilità tale da permettere allo spettatore di anticiparne ogni singolo sviluppo, ogni svolta di trama, in un gioco alla riconoscibilità che esalta (volutamente?) la competenza di chi guarda. Se il protagonista risulta statuario e inespressivo come era lecito attendersi, non si può tacere sullo spreco (in un personaggio involontariamente grottesco) del talento di un attore come Paul Giamatti, nonché sull’esilità della traccia “familiare” che percorre tutto il film: tra l’odissea a protezione dei propri cari che vide protagonista Tom Cruise nel La guerra dei mondi spielberghiano, e il viaggio in mezzo alla distruzione stereoscopica di The Rock, sta tutta la distanza (abissale) tra due idee di cinema antitetiche. Così come l’affermazione dei valori a stelle e strisce, pur presente in entrambi i casi, risulta profondamente umanista e riempita di contenuti da una parte, nonché pacchiana e smaccatamente posticcia dall’altra. Caratteristiche, queste, che, pur soggiacendo a una scelta consapevole (quella di rinunciare alla componente narrativa in senso stretto) non possono essere taciute in una valutazione dal taglio critico.

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Marco Minniti

 
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