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ROAD 47

 
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Scheda
 

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Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Visivamente affascinante, dai personaggi definiti e credibili, vicenda umana emotivamente forte.

Contro


Non è un film bellico classico: chi si aspetta un ritmo sostenuto o una morale esplicita si rivolga altrove.


In breve

Dicembre 1944. L’Italia è spaccata, mentre la Seconda Guerra Mondiale volge al termine. Nei territori dell’Appennino Tosco-Emiliano, a combattere con gli Alleati c’è una divisione di genieri della Forza di Spedizione Brasiliana (FEB) che ha il compito di neutralizzare un campo minato tedesco posto lungo la Linea Gotica. Il battaglione, mal assortito e inesperto, oltre che a disagio nel gelido inverno europeo, incappa in una mina e perde due uomini; presi dal panico, gli altri soldati si disperdono, iniziando a vagare negli sconosciuti territori dei monti italiani. Tra loro, il fortemente credente Guima, che non comprende le ragioni della guerra ma vuole rendere fiero suo padre, al quale sta scrivendo una lunga lettera; il sergente Laurindo, militare di colore con la passione per la musica e il canto; e il soldato Piaiuì, terrorizzato e reso mentalmente instabile dal gelo e dalla morte dei suoi compagni. Persi in mezzo alla neve, gli uomini si imbattono dapprima in un connazionale giornalista, ansioso di raccontare la loro storia, poi in un disertore della Repubblica Sociale, che sta cercando di raggiungere la sua famiglia, e infine in un sergente tedesco gravemente ferito, che a sua volta dichiara di voler disertare. I soldati, soprattutto, vengono a conoscenza di un campo minato che ha finora impedito ai carri armati americani di raggiungere un paese liberato dai partigiani, punto strategico per la conquista dell’area. La loro missione, ora, diventerà quella di disinnescare il campo e liberare la strada agli Alleati.

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Posted 18 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

E’ un esempio insolito di cinema bellico, Road 47, così come insolito è il tema che racconta: la partecipazione del Brasile alla Seconda Guerra Mondiale, evento poco trattato dalle ricostruzioni storiche più consuete, che comportò la presenza di reparti brasiliani in Italia durante l’inverno del ’44/’45.

Il regista Vicente Ferraz, già messosi in luce con alcuni documentari e un’opera di fiction (il recente El ultimo comandante, dedicato alla rivoluzione nicaraguense) dirige un film lontanissimo dai canoni del genere, così come da qualunque idea di epica militare; la sua messa in scena, pur valorizzando al massimo le scenografie naturali dei monti friulani, è all’insegna di un’essenzialità che nulla concede allo spettacolo fine a se stesso. Il ritmo del film di Ferraz è volutamente dilatato, si adegua al respiro quieto della natura sepolta sotto la neve, quasi nega l’ansia degli scontri a fuoco, il terrore degli agguati dipinto sul volto dell’attore brasiliano Fransisco Gaspar. Viene in mente, più che il classico La grande guerra di Monicelli, citato da Sergio Rubini (che nel film interpreta l’italiano disertore) il recente Torneranno i prati di Ermanno Olmi, che in una battuta del film (che recita pressapoco “torneranno a sbocciare i prati sotto la neve”) viene involontariamente richiamato: stessa valorizzazione del paesaggio, quasi un personaggio in più nel teatro di un conflitto bellico, stessa gestione dilatata dei tempi narrativi, stessa attenzione e sguardo empatico verso i personaggi.

Ma, mentre il film di Olmi tende ad essere soprattutto apologo sull’insensatezza della guerra, Road 47 (che di un altro conflitto tratta, affine ma per molti versi profondamente diverso) si concentra sulla ricerca di ogni soldato, personale prima che politica, delle ragioni del suo combattere; il focus, l’attenzione, è sulla dimensione privata più che su quella collettiva. Inoltre, la presenza/minaccia del nemico è più suggerita che mostrata, mentre la vera sfida è quella mossa alla natura e alle asperità di una terra sconosciuta. Un dramma guidato e tenuto insieme, come filo conduttore, dalla voce fuori campo di Daniel de Oliveira nelle sue lettere al padre, tutto giocato sull’evoluzione dei rapporti all’interno del gruppo dei protagonisti; tutti alla ricerca di un senso alla propria presenza in una “no man’s land” difficile da leggere, di un riscatto e un’affermazione che è personale e umana, prima che militare.

PRO

Road 47, in realtà risalente a due anni fa, e già visto nella recente edizione del Bif&st di Bari, è un dramma bellico rigoroso e anticonvenzionale, esteticamente molto affascinante. Il regista ha l’occhio del documentarista, e questo emerge nel modo in cui riesce a valorizzare il fascino del paesaggio, il suo essere, più che mero teatro dell’azione, elemento dinamico (ora di contrasto, ora di appoggio) alle azioni dei protagonisti. Questi, da par loro, sono tutti ben definiti, e ognuno di loro attraversa un’evoluzione personale (che è intima, ma anche proiettata verso il rapporto coi compagni) che li vedrà alla fine del film profondamente trasformati. La pellicola di Ferraz, girata in 35mm (supporto ormai sempre più raro, ma ideale per soggetti come questi) mescola al meglio quelli che una volta erano detti il “personale” e il “politico”, parla di una presa di coscienza intima che si ripercuote sulla dimensione collettiva, mette insieme un affresco che, nel gelo di un teatro di guerra apparentemente freddo e minaccioso, racconta un calore umano e la forza della collaborazione. Nel suo forte afflato etico, espresso con rigore, sta il suo pregio principale.

CONTRO

Lo si sarà probabilmente capito, da quanto finora scritto: chi andrà al cinema ricercando un film bellico dal taglio classico, chi si aspetta l’epica militare, o anche il didascalismo di un pamphlet politico esplicito, resterà inevitabilmente deluso. Quello di Ferraz è un film fieramente anti-spettacolare, la sua regia è controllata ed essenziale, ma soprattutto il suo tono evita accuratamente qualsiasi retorica. Alla ricerca di uno sviluppo narrativo lineare, e di un ritmo gestito in modo coerente, la sceneggiatura contrappone accelerazioni narrative e decelerazioni, su un tappeto che è comunque all’insegna di un incedere lento, dai tempi dilatati; ma soprattutto, l’invito è alla contemplazione di un fuori (le scenografie vuote di presenze umane) e di un dentro (la ricerca interiore di ogni personaggio), entrambi da riempire di senso. Il risultato ha fascino, ma richiede una disponibilità spettatoriale tutt’altro che scontata.

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Marco Minniti

 
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