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“VERGINE GIURATA”

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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In breve

Hana Doda, orfana e in fuga dalla guerra, viene raccolta, tra le montagne dell’Albania, da un pastore che vive con sua moglie e sua figlia. La ragazzina viene cresciuta dall’uomo come una figlia, in una comunità in cui vige la rigida legge del Kanun: alle donne non è concesso parlare prima dei propri uomini, non è concesso loro contraddirli, svolgere i loro lavori, scegliersi il proprio marito, programmare la propria vita. Una struttura sociale fortemente maschilista e patriarcale, nella quale, da subito, Hana si sente soffocata. Per la ragazza si profilano due possibili vie d’uscita, da quella che vede come una gabbia opprimente: seguire l’esempio di sua sorella adottiva, che è fuggita verso l’Italia con l’uomo segretamente amato; oppure, in alternativa, divenire una “vergine giurata”, ovvero rinunciare pubblicamente alla propria sessualità, giurare di non permettere mai ad un esponente del sesso maschile di avvicinarsi a sé, e trasformarsi di fatto in un uomo. Hana, legata da un debito di riconoscenza verso la famiglia che l’ha accolta, incapace di pensare a una vita al di fuori della comunità montana, sceglie per sé questa drastica soluzione. Ma, trascorsi gli anni, e morti i genitori adottivi, Hana (divenuta per tutti Mark) sente su di sé il peso della solitudine. Senza pensarci, la giovane donna abbandona per la prima volta i monti, e raggiunge sua sorella in Italia; qui, questa si è costruita una nuova vita, con un marito e una figlia. Sarà l’inizio, per Mark/Hana, di una lunga e faticosa (ri)scoperta di se stessa.

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Posted 6 marzo 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Col suo esordio, Laura Bispuri illumina una realtà antichissima e finora poco trattata dal cinema: quella del Kanun, rigido codice consuetudinario vigente da secoli nelle comunità dell’Albania settentrionale, della Macedonia e del Montenegro. A questo sistema di regole, che copre ogni aspetto della vita sociale, si affianca la realtà delle “vergini giurate”, le Burneshat: donne che acquisiscono i diritti di un uomo in cambio della rinuncia pubblica al sesso, e alla propria sessualità. Per narrare la sua storia, la regista si ispira al romanzo omonimo di Elvira Dones, e si affida al volto e alla straordinaria corporeità di Alba Rohrwacher: sembra difficile, guardando questo Vergine giurata, pensare a un’interprete diversa per il ruolo di Hana, tanto è mimetica l’adesione dell’attrice al suo complesso personaggio, tanto sono evidenti sul suo volto e sul suo corpo i segni della sofferenza della donna. Sofferenza trattenuta a fatica, in lineamenti induriti che tuttavia non riescono a celare la propria intrinseca femminilità, nei segni, sulla pelle, di una fasciatura che vuole nascondere, ma non cancella.

La sceneggiatura alterna, lungo tutto il film, due diversi piani temporali, quello della crescita e della formazione di Hana e quello della sua fuga e del ricongiungimento con sua sorella; caratterizzato, quest’ultimo, soprattutto dall’incontro/scontro con la figlia di quest’ultima, Jonida. Due racconti che si confrontano dialetticamente per tutta la pellicola: il primo caratterizzato da una chiusura della protagonista al mondo esterno (nell’illusione di un perseguimento della libertà) sottolineato esteticamente da una scenografia raggelata, immersa nel bianco della neve; il secondo all’insegna di una lenta emersione, di una riconquista di sé, e della scoperta parallela di un mondo (quello di una modernità prima solo immaginata) e dell’apertura all’altro. In entrambi, la regista adotta una messa in scena essenziale, caratterizzata da lunghi piani sequenza che non abbandonano mai il corpo della protagonista, lo scrutano, ne colgono ogni minimo sussulto, pronti a registrarne i possibili segni di trasformazione.

PRO

Al suo esordio alla regia di un lungometraggio, la Bispuri mostra una sicurezza e una consapevolezza non comuni. La sua messa in scena è all’insegna dell’essenzialità, ma anche del rigore: colpisce soprattutto lo sguardo antropologico sulle due diverse realtà sociali esaminate (quella della comunità montana in cui la protagonista è cresciuta, e quella cittadina in cui in seguito trova rifugio) e la loro giustapposizione lungo tutto il film. Un’ottica che registra i due contesti, quasi documentaristicamente, evita accuratamente di giudicare, e riserva tutto il calore e l’empatia per la figura della protagonista: alla quale, da par suo, Alba Rohrwacher dedica un’interpretazione di ottimo livello, complessa quanto ricca di sfumature, profondamente credibile. I pochi, e mirati, inserimenti del commento sonoro, aggiungono un ulteriore elemento di coinvolgimento emotivo.

CONTRO

Il primo “difetto” che si può evidenziare (che in realtà tale non è) è il fatto che chi cerca emozioni esplicite fa bene probabilmente a rivolgersi altrove. Quella di narrare il film “in sottrazione”, e di lasciare che l’emotività sia tutta giocata sulla mimica (facciale e corporea) della protagonista, è in realtà una precisa scelta stilistica e di registro; così come quella di lasciare aperti alcuni dei nodi della trama, tra cui il rapporto (la cui evoluzione è comunque ben descritta) tra Hana e sua nipote. Per quanto, nel finale di un film sostanzialmente cupo, si evidenzi comunque uno spiraglio di ottimismo, la conclusione resta sostanzialmente aperta: ciò potrebbe spiazzare chi è abituato a una narrazione più classica, così come potrebbe spiazzare il taglio semi-documentaristico della messa in scena. Ma, ovviamente (e lo ripetiamo) non di veri difetti si tratta, ma di precise scelte narrative ed estetiche.

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Marco Minniti

 
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