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READY PLAYER ONE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Film intriso di meraviglia e sense of wonder, che guarda al passato non in modo meramente nostalgico, facendolo convivere col presente in una vicenda di grande suggestione.

Contro


Il film mostra qualche problema di armonia e tenuta narrativa nella seconda parte, sorvolando in modo un po’ improprio su alcuni importanti passaggi di trama.


In breve

Anno 2045: il giovane Wade Watts vive in un gigantesco quartiere/discarica, in cui le case sono cumuli di vecchie roulotte accatastate l’una sull’altra, e il degrado è all’ordine del giorno. Il ragazzo, orfano dei genitori e cresciuto dalla giovane zia, trova riparo dallo squallore quotidiano in OASIS, uno sconfinato universo virtuale in cui ognuno può interpretare un suo ruolo, e vivere praticamente qualsiasi tipo di esperienza. Quando il geniale creatore di OASIS muore, un suo video diffuso in modo postumo rivela al mondo la sua ultima sfida: chiunque riuscirà a risolvere tre indovinelli, tutti basati sulla cultura pop del passato, potrà impossessarsi di tre preziose “chiavi” del mondo virtuale, ereditando così la sua fortuna e prendendo il controllo del suo impero. Wade, che da sempre sente una connessione col geniale game designer, riesce a risolvere il primo enigma: ma il ragazzo scoprirà presto che ci sono individui disposti a tutto pur di ereditare l’impero di OASIS, anche a uccidere qualcuno nel mondo reale…

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Posted 25 marzo 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Con alle spalle una carriera ormai quasi cinquantennale, e una reputazione che da tempo si è affrancata da quello di mero e disimpegnato Re Mida hollywoodiano, Steven Spielberg continua a proporre il suo cinema con il vigore, l’energia e la voglia di osare di un ragazzino. Lo fa, il regista statunitense, continuando ad alternare le escursioni puntuali e consapevoli nella storia americana, recente e meno recente (Lincoln, Il ponte delle spie, The Post) a quel cinema intriso di meraviglia e sense of wonder che lo ha fatto conoscere al grande pubblico (Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno, Il GGG – Il grande gigante gentile). Ed è alla seconda categoria, innervata qui da un’onnivora vena citazionista e nostalgica verso tutta la cultura pop del passato, che appartiene questo nuovo Ready Player One.

Tratto da un romanzo di Ernest Cline, già considerato un “caso” letterario per tutto l’universo geek contemporaneo, il nuovo film di Spielberg si inserisce in un’onda lunga nostalgica verso la cultura di massa dei decenni passati (con un’attenzione particolare ai sempre decantati anni ‘80) che continua a portare al cinema, e davanti agli schermi televisivi, grandi quantità di spettatori. Il successo di una serie già iconica come Stranger Things, il recupero di vecchi franchise ormai storicizzati, la scelta caratterizzante di una trasposizione letteraria come quella del recente It, stanno a dimostrare che la cultura pop degli eighties continua ad esercitare il suo fascino, a metà tra la vera e propria nostalgia e l’idealizzazione un po’ stereotipata, su larghissime schiere di spettatori quarantenni.

Piuttosto lontano, va premesso, da un gusto nostalgico fine a se stesso (ed autoreferenziale), capace di giocare con i generi e le citazioni mescolando senza soluzione di continuità passato e presente, pop culture “analogica” e “digitale”, Ready Player One è un compendio praticamente senza fine di rimandi e strizzate d’occhio, di allusioni dirette e indirette a icone della cultura pop del passato, di dettagli che irretiscono lo spettatore cresciuto con un immaginario stratificatosi negli ultimi quattro decenni. Un “enciclopedismo pop” che tuttavia viene desacralizzato, e affettuosamente irriso, nel momento stesso in cui lo si cita, e in cui si invita implicitamente lo spettatore più nerd a fare il conto delle citazioni, lasciandosi al contempo trasportare da una vicenda assolutamente contemporanea: calata in un futurismo che ha tutte e due le gambe (e soprattutto la testa) nella contemporaneità.

Trailer:

PRO

Intriso di un inesausto sense of wonder, caratterizzato da una sorta di percorso a ritroso (metafora esplicitamente richiamata nel film) che parte dal cyberpunk e dalla science fiction futuristica degli universi virtuali, per arrivare alla celebrazione del passato e della cultura di massa dei decenni tra gli anni ‘70 e i primi ‘90, Ready Player One è una gioia per gli occhi, le orecchie e il cuore dello spettatore cresciuto e nutritosi con un certo tipo di immaginario. Un immaginario di cui lo stesso Spielberg è stato parte integrante, diremmo persino fondante: una consapevolezza che nel film emerge in modo chiaro, nascosta tra le pieghe di una storia che celebra il valore dell’amicizia e della meraviglia delle immagini in movimento (quella che da sempre il cinema del regista esalta), pur evitando le auto-citazioni esplicite. Proprio a questo proposito, è forse limitante, e improprio, parlare di vere e proprie citazioni per un film come questo: i rimandi a singole opere del passato, infatti, sono qui talmente presenti e diffusi all’interno del tessuto narrativo del film, spesso funzionali in modo decisivo all’avanzamento della vicenda, da costituirne parte integrante, piuttosto che mero elemento accessorio. Evitiamo qui di fare l’elenco di questi rimandi, scegliendo di lasciare allo spettatore il piacere (e questo termine, qui, è da intendere davvero nel pieno del suo significato) di scoprirli autonomamente.

Cinema squisitamente ludico ma consapevole, lontano quindi dal mero giocattolone, Ready Player One si giova della compresenza tra l’evocazione mirata e funzionale del passato, che blandisce e ammalia lo spettatore nostalgico (senza tuttavia ingannarlo) e una ricollocazione di quelle stessi icone in una vicenda modernissima, per ritmi, tempi, tipologia di messa in scena. Tra mondo digitale e mondo reale, in una corsa a perdifiato fino a un finale inaspettatamente toccante, si segnala anche l’ottima prova di insieme del cast, all’interno del quale sceglieremmo (per l’intensità e la valenza simbolica della sua prova) il game designer-fantasma, a suo modo straordinariamente concreto e reale, a cui dà il volto Mark Rylance.

CONTRO

La seconda parte del film mostra qualche problema di tenuta narrativa, accelerando un po’ nell’arrivo alla frazione conclusiva (con l’esplicitazione della terza prova) e nello spostamento dello scontro tra le forze in campo sul terreno dell’universo reale. Qualche passaggio, specie in relazione al background del protagonista, e alle ricadute della sua avventura sul suo vissuto reale, appare un po’ affrettato e poco approfondito. Limiti di una sceneggiatura che, nel portare sullo schermo suggestioni già in gran parte (ed esplicitamente) “visive”, a tratti finisce per tralasciare, o comunque mettere in secondo piano, lo sviluppo coerente ed armonico dell’intreccio.

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Marco Minniti

 
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