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RACE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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1 total rating

 

Pro


Rappresentazione visivamente sontuosa, buone le interpretazioni di Jeremy Irons e William Hurt, ottima la messa in scena delle gare vinte da Owens.

Contro


Sceneggiatura stanca, poco credibile, che non approfondisce il privato del personaggio, né il contesto in cui questi raggiunge la sua maturazione.


In breve

Anni ‘30: mentre il mondo assiste sgomento all’ascesa e al consolidamento del nazismo, negli Stati Uniti emerge la stella dell’atleta afroamericano Jesse Owens. Poco più che ventenne, Owens passa dal ristretto ambito delle gare universitarie all’Olimpo dell’atletica leggera americana, stabilendo quattro record del mondo nel 1935, e candidandosi così a rappresentare gli Stati Uniti alle Olimpiadi dell’anno successivo. La competizione olimpica, che si dovrà tenere proprio in Germania, è vista da Hitler come ideale vetrina per la celebrazione della potenza tedesca nel mondo; malgrado le pressioni della comunità nera perché rifiuti di partecipare ai giochi, Owens decide di cogliere l’occasione per lanciare un segnale sportivo e politico, proprio nel cuore della Germania nazista. La competizione, che diventerà oggetto dello storico documentario di Leni Riefenstahl Olympia, vedrà il trionfo di Owens in ben quattro specialità, con grande disappunto delle autorità tedesche.

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Posted 27 marzo 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Il trionfo di Jesse Owens nelle competizioni olimpiche del 1936, mentre il mondo si preparava ad assistere alla tragedia del secondo conflitto mondiale, fu rappresentazione plastica ed ideale della versione più progressista del Sogno Americano. In un’America in cui l’apartheid era ancora una drammatica realtà, l’ascesa di un atleta afroamericano proveniente dai bassifondi, e la sua “sfida” aperta, quasi sfacciata, all’ideologia che di lì a poco trascinerà il mondo nel più tragico conflitto che la storia ricordi, fu l’ideale vetrina per quel New Deal che aveva appena, faticosamente, portato il paese fuori dalla Depressione; e che si si preparava a contrapporsi idealmente (e in modo invero semplificato) nel palcoscenico internazionale, all’incubo nazista. Una “favola”, quella di Owens, che singolarmente il cinema non aveva ancora sfruttato. A colmare la lacuna arriva ora questo Race – Il colore della vittoria, opera di un eclettico artigiano hollywoodiano (per anni rimasto in silenzio) come Stephen Hopkins.

Il film di Hopkins, tutto vigore figurativo più che resa fedele e puntuale della vicenda umana e sportiva di Owens, si contrappone idealmente (a oltre mezzo secolo di distanza) alla celebrazione cinematografica che la portavoce ufficiale del nazismo, Leni Riefenstahl, aveva dato dei Giochi, nel suo storico documentario Olympia: con gli strumenti della fiction (ma il film non manca di sottolineare il carattere fittizio – e in certo grado ricostruito – dello stesso lavoro della Riefenstahl), l’America si riappropria di un’epopea che è spettacolare e “cinematografica” fin dal suo concepimento, impregnata idealmente del DNA più progressista, e inclusivo, che accompagnò la nascita della nazione americana. Cercando anche di venire a patti con le contraddizioni che, in quegli anni, opponevano ai suoi cittadini di colore vessazioni e discriminazioni non dissimili da quelle che, nel cuore dell’Europa, la Germania stava già mettendo in atto nei confronti delle minoranze non ariane.

Trailer:

PRO

L’epopea sportiva e umana di Jesse Owens rivive in una rappresentazione sontuosa, che sottolinea al meglio, visivamente, la lontananza ideale e culturale tra due mondi. Piuttosto riuscito si rivela, nella sua problematicità, il personaggio di Avery Brundage (portavoce del Comitato Olimpico degli Stati Uniti) interpretato dal sempre notevole Jeremy Irons; una figura che si contrappone idealmente a quella di Jeremiah Mahoney, principale fautore del boicottaggio dei Giochi da parte degli USA, interpretato da un altro veterano come William Hurt. La regia di Hopkins, abbastanza controllata per gran parte del film, si esalta nella mezz’ora conclusiva, e nelle notevoli sequenze che ricostruiscono le quattro vittorie di Owens.

CONTRO

Questo Race – Il colore della vittoria è un biopic concepito e narrato nel modo più stanco e risaputo possibile. Al netto della discreta prova di Stephan James, nella sceneggiatura manca una resa convincente della maturazione umana di Owens, una descrizione credibile del suo rapporto con l’allenatore Larry Snyder (oggetto di un’evoluzione fin troppo rapida), le ricadute delle sue imprese sulla vita personale e familiare dell’uomo; ridotte, queste ultime, a poche sequenze poste nella prima metà del film, e a un esilissimo subplot che la sceneggiatura sembra coscientemente abbandonare in poco tempo. Affrettato nei suoi snodi narrativi principali, poco convincente e scolastico nella resa del razzismo che infettava, in quegli anni, il cuore stesso della società americana, il film di Hopkins sembra vivere unicamente in funzione della sua parte conclusiva, sorta di celebrazione per immagini di un’impresa che ha assunto, nella narrazione della storia recente americana, una valenza superiore a quella meramente sportiva. Il modo in cui il film giunge a questo risultato, tuttavia, frutto di una gestione narrativa stanca e spesso distratta, non può essere considerato convincente.

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Marco Minniti

 
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