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QUESTI GIORNI

 
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Pro


Temi dalla portata universale, tentativo di dare al prodotto un respiro internazionale, buona fotografia.

Contro


Goffo nella gestione del registro melò, inutilmente enfatico, stereotipato e sbagliato in molte scelte di casting.


In breve

Liliana, Caterina, Angela e Anna sono quattro amiche inseparabili, che stanno attraversando il difficile passaggio dalla post-adolescenza al definitivo ingresso nell’età adulta. Mentre la loro amicizia, tra sessioni d’esame e serate spensierate, sembra sempre salda, importanti cambiamenti si preparano: mentre Anna è infatti in attesa del suo primo figlio, arrivato più per caso che per scelta, e Liliana sta lavorando alla sua tesi, a Caterina viene proposto da un’amica virtuale un lavoro a Belgrado. Nel frattempo, Liliana scopre con sgomento di essere affetta da una grave malattia, che, per il momento, sceglie di tener nascosta alla sua famiglia e alle amiche. Quando Caterina accetta di trasferirsi a Belgrado, le tre amiche scelgono di accompagnarla per un viaggio insieme, che si trasformerà anche nell’ultima, vera vacanza della loro giovinezza.

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Posted 14 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

La “linea d’ombra”, il passaggio tra la giovinezza e l’età adulta, spesso legato a doppio filo al tema dell’amicizia, è un motivo che da tempo immemore affascina la narrativa e il cinema. Qui, un regista che ha attraversato tutta l’ultima, lunga e purtroppo non ancora conclusa “stagione” del cinema italiano (quella che parte dagli anni ‘80 e arriva, praticamente ininterrotta, fino a oggi) come Giuseppe Piccioni, sceglie di rifarsi a un romanzo inedito di Marta Bertini per narrare un’amicizia e quattro diversi percorsi di crescita: il tutto, sullo sfondo di un’imprecisata città di provincia prima, e di un paese straniero poi.

Presentato nel concorso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Questi giorni mette in mostra citazioni letterarie da John Milton (il poema Il paradiso perduto) e dai racconti di Guy De Maupassant, trasferendone le suggestioni nella realtà della provincia italiana, cercando di mantenerne inalterata la valenza universale pur in una scala ridotta. Ad affascinare il regista italiano sembra essere la difficoltà di fissare nella memoria i momenti, le proustiane “intermittenze del cuore”, il rapporto dello scorrere del tempo con la memoria e la sua trasfigurazione della realtà.

Per mettere in scena i suoi temi, Piccioni si affida, oltre che alle separate storie delle quattro giovani protagoniste (Maria Roveran, Marta Gastini, Laura Adriani e Caterina Le Caselle) a un paio di comprimari di vecchio corso del cinema italiano come Sergio Rubini e Margherita Buy, e a un Filippo Timi che qui conferma la sua versatilità nel ruolo di un impacciato professore universitario.

Trailer:

PRO

Il film di Piccioni affronta un tema dalla portata universale, in cui risulta facile per chiunque riconoscersi. Rispetto alle storie di piccolo cabotaggio di molto cinema italiano contemporaneo, il regista ha almeno il merito di ricercare un respiro più ampio, di allargare la visuale e cercare di rivolgersi, con le tematiche e l’estetica, a una platea internazionale. La ricercata autorialità del film si traduce in una buona fotografia, attenta a cogliere le peculiarità dei diversi ambienti, dalla provincia italiana fino alla metropoli jugoslava, passando per un “non luogo” per eccellenza come il campeggio in cui le quattro protagoniste sostano.

CONTRO

Le buone intenzioni del regista si scontrano con la grana grossa dell’operazione, e con la sostanziale goffaggine di Piccioni nell’affrontare il registro melodrammatico. Il tema del coming of age è approcciato in modo enfatico e grossolano, tutto esteriore e poco contestualizzato; la messa in scena punta forte sui ralenty, sui primissimi piani, sull’uso invadente della colonna sonora, e su una tendenza all’estetizzazione che risulta del tutto ridondante e gratuita. Il potenziale del soggetto è sciupato in un approccio registico dalla mano pesante, spesso compiaciuto, tutto teso a “valorizzare” gli stereotipi che affiorano nello script (il campeggio come luogo d’incontro, i ragazzi stranieri, l’amica bruttina, insicura e sostanzialmente priva di personalità). Gli interpreti, da par loro, non fanno molto per risollevare le sorti del film, a partire da una Marta Gastini monoespressiva nel suo perenne broncio, per proseguire con una Margherita Buy inutilmente sopra le righe, e con le presenze praticamente sprecate di Timi e Castellitto. Spesso grottesco laddove vorrebbe coinvolgere emotivamente, disseminato di suggestioni del tutto fini a se stesse (la veggenza del personaggio di Angela), Questi giorni affonda disgraziatamente nelle sue sproporzionate ambizioni, mancando di misura nell’approccio alle sue storie e nel modo di metterle in scena.

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Marco Minniti

 
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