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QUANDO UN PADRE

 
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3/ 5


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Pro


Efficace nel toccare le giuste corde emotive, funzionale nella descrizione dell’ambiente del capitalismo finanziario, animato da buone prove attoriali (Butler e Defoe su tutti).

Contro


Ricattatorio e facile nello stimolare un’emozione il più delle volte epidermica, per larghi tratti privo di misura, spesso stereotipato nei dialoghi.


In breve

Dane Jensen è, come lui stesso si definisce, un “cacciatore di teste”: impiegato in un’agenzia di job recruiting, il suo compito è quello di reclutare con tutti i mezzi possibili (leciti e illeciti) personale qualificato per grandi aziende, in cambio di ingenti commissioni. Cinico e spregiudicato, alle dipendenze di un capo che stimola una spietata competizione tra i dipendenti, Dane ha finora trascurato sua moglie e i suoi tre figli, in favore di un lavoro che lo impegna per quasi 24 ore al giorno. Le cose tuttavia cambiano, e in modo drastico, quando al figlio di Dane, di 10 anni, viene diagnosticata un’aggressiva forma di leucemia. Il progressivo deteriorarsi delle condizioni del ragazzino, unito alla consapevolezza di non aver passato con lui il tempo che sarebbe stato necessario, innescheranno in Dane un cambiamento radicale, che lo porterà a vedere il suo stesso lavoro con altri occhi…

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Posted 10 giugno 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo una lunga serie di ruoli in blockbuster d’azione e/o fantastici, che gli hanno regalato un ruolo non secondario tra le star “muscolari” della Hollywood contemporanea, Gerard Butler torna con questo Quando un padre alle tematiche familiari, seguendo parzialmente il modello del mucciniano Quello che so sull’amore. Un lato programmaticamente più intimista nell’approccio alla recitazione dell’attore scozzese, qui alle prese con un (melo)dramma immerso direttamente negli umori di Wall Street, del capitalismo più predatorio, della competizione economica che diventa arena di combattimento e fonte costante di adrenalina. Come da tradizione del filone (e qui viene di nuovo in mente l’ultimo Muccino, quello americano de La ricerca della felicità e Sette anime), la spietata arena dell’accumulazione economica viene posta in contrasto con una tragedia umana, che costringerà il protagonista a un doloroso processo di ripensamento e ridefinizione personale.

Segue in modo letterale e filologico i canoni del genere, il film di Mark Williams (già produttore, qui al suo esordio dietro la macchina da presa) puntando forte sulla riconoscibilità di quelli che ormai sono i suoi topoi, evitando di rischiare l’introduzione di elementi estranei al filone. L’insistenza sui campi lunghi e sulle riprese dall’alto degli esterni cittadini, a descrivere un paesaggio urbano alienante in contrasto al calore del nido familiare, evidenzia fin da subito, plasticamente, la dialettica su cui l’intero film si reggerà: quella tra un capitalismo anarchico e predatorio (la cui necessità, tuttavia, non viene mai davvero messa in discussione) e l’architettura comunitaria e solidale del nucleo familiare. Una dialettica che la storia risolve con la crisi e la ricomposizione, innescate dalla malattia e dalla scoperta, da parte del protagonista, di un altro modo possibile di essere contemporaneamente family man (come recita il titolo originale) e headhunter.

Ad affiancare il protagonista, in una costruzione drammaturgica che non lesinerà in momenti emotivamente forti (senza dimenticare qualche spruzzata di ironia), la presenza di un sardonico Willem Defoe nel ruolo dello spietato responsabile dell’agenzia, una Gretchen Mol reduce del recente (e celebrato) Manchester by The Sea, e un Alfred Molina che interpreta un ruolo solo apparentemente secondario, in realtà punto cardine per l’evoluzione della vicenda.

Trailer:

PRO

Nei suoi limiti e nelle sue inevitabili schematizzazioni, Quando un padre fa esattamente quanto promette, offrendo un punto di vista tutt’altro che nuovo (ma efficace) sulle relazioni familiari nell’era del capitalismo finanziario. Lo fa con una scrittura che sa toccare le corde emotive giuste, ma anche con una messa in scena vigorosa ed efficace, in grado di rendere al meglio un contesto sociale spersonalizzante come quello di una moderna metropoli americana. Un contesto in cui comunque l’elemento infantile (visto, più che come “puro”, come capace di vedere la realtà con maggiore chiarezza) riuscirà a ravvisare frammenti di creatività, pezzi di storia nascosti, persino vertigini di inaspettato lirismo. All’equilibrata prova di Butler va sommata quella di un Defoe che, nei panni di personaggi spregiudicati (ma non alieni a sorprese nella loro descrizione) può dirsi ormai una garanzia.

CONTRO

Non si può dire che nel film di Williams non ci sia un forte elemento di calcolo, nel premere deliberatamente sul pedale del melodramma, delle emozioni facili, dell’enfasi (a volte) gratuita e decontestualizzata. Pur al netto dei limiti che, fisiologicamente, un prodotto come questo presenta, era probabilmente possibile raggiungere un migliore livello di equilibrio e misura nello sviluppo della vicenda e nella sua evoluzione. I dialoghi risultano a volte stereotipati (specie quelli che coinvolgono il personaggio – narrativamente piuttosto inutile ed involuto – della recruiter col volto di Alison Brie), mentre i personaggi soffrono un po’ nelle loro caselle predeterminate, condannati come sono a non offrire sorprese o scostamenti dai “tipi” che incarnano. Efficace nel richiamo alla commozione più esplicita, ma anche facile e ricattatorio nel modo di ricercarla, Quando un padre non resterà probabilmente negli annali del melò a tema familiare, testimoniando solo di un nuovo tassello nella carriera di un interprete dalla non trascurabile versatilità come Gerard Butler.

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Marco Minniti

 
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