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POINT BREAK

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Interessante l'idea di ampliare ed aggiornare le premesse del film originale, buone la scelta delle location e la fotografia.

Contro


Sceneggiatura superficiale e inconsistente, protagonisti senza carisma, dialoghi e situazioni di scarsa credibilità.


In breve

Dopo la tragedia in cui, sette anni prima, il suo amico Jeff perse la vita, l’ex campione di sport estremi Johnny Utah è ora un aspirante agente dell’FBI. Durante il suo periodo di tirocinio, Utah assiste a un briefing in cui viene descritta una singolare rapina compiuta da criminali col volto coperto: questi hanno svaligiato un deposito di gioielli sito in un grattacielo, inscenando poi una spettacolare fuga con dei paracadute. In Messico, poco tempo prima, era stato messo a segno un colpo simile, in cui i rapinatori avevano svuotato un aereo portavalori e si erano poi lanciati nel vuoto. Johnny espone la teoria che i due colpi siano opera dello stesso gruppo, e che i criminali stiano tentando il completamento delle Otto Prove di Ozaki: una lista di prove fisiche estreme, concepite da un guru dell’ambientalismo radicale allo scopo di onorare le forze della natura. Secondo le previsioni di Johnny, il gruppo tenterà di completare la prossima prova sulle coste francesi, dov’è previsto l’arrivo di una mastodontica onda. Utah riesce a convincere i suoi capi della sua teoria, e viene così inviato in Francia sotto copertura…

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Posted 25 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Misurarsi con un cult come il Point Break del 1991, adrenalinico action movie che diede visibilità internazionale a Kathryn Bigelow, era un’impresa tutt’altro che facile. Lo sceneggiatore Kurt Wimmer (già autore dello script del remake di Total Recall, datato 2012) ha tentato in questo remake la strada dello svecchiamento del copione originale, ampliandone e attualizzandone le premesse: il protagonista Johnny Utah, che nel film della Bigelow aveva il volto di Keanu Reeves, è ora una recluta alle prese col senso di colpa per la morte di un suo amico; mentre il gruppo di rapinatori surfisti del 1991 si trasforma in una banda di criminali idealisti, dediti al perseguimento di una lista di prove estreme attraverso le quali entrare in contatto con le primordiali forze della natura. L’idea di fondo (l’amicizia tra un tutore della legge e un criminale, la fascinazione per un’esistenza anarchica, in cui il crimine è rivestito di una forte giustificazione filosofica) resta la stessa; anche lo svolgimento, pur ampliando notevolmente il suo raggio d’azione (dalle coste francesi alle Alpi italiane, fino alle cascate venezuelane) rimane a grandi linee immutato. Per dare un maggior realismo alle scene d’azione, il regista Ericson Core (già affermato direttore della fotografia, al suo secondo lungometraggio) ha ingaggiato un gruppo di reali esperti di sport estremi, affidando loro la maggior parte degli stunt.

Trailer:

PRO

Dal punto di vista visivo, questo nuovo Point Break ha sicuramente delle frecce al suo arco. L’esperienza di Core come direttore della fotografia è evidente nel modo in cui sono rese le location: un elemento, quello degli ambienti, che sin dal prologo diviene compartecipe dell’azione, tanto da influenzarne in modo decisivo gli esiti. Va sottolineato inoltre lo sforzo della sceneggiatura di andare oltre il mero rifacimento, costruendo un diverso background per il protagonista, e aggiornando le motivazioni del gruppo di criminali: non più la mera ricerca di una vita libera da legacci e condizionamenti sociali, ma anche una coscienza ecologista innestata su un forte background filosofico (tradotto nelle otto prove). Una trasformazione che cerca di rendere più complessa, e più in linea con lo spirito dei tempi, la semplice intuizione originale da cui muoveva il film del 1991.

CONTRO

Malgrado le premesse, sulla carta interessanti, il film di Ericson Core fallisce nel tentativo di rivitalizzazione e adeguamento ai tempi del cult di Kathryn Bigelow. Se è persino impietoso il confronto col modello originale (a tutt’oggi insuperato saggio di regia per un action movie), il film si attesta anche sotto la media del livello dell’odierno cinema d’azione statunitense: ciò, principalmente a causa di una sceneggiatura approssimativa e superficiale, che sciupa immediatamente le sue buone premesse e non si sforza minimamente di ricercare l’empatia con i personaggi. Lo sviluppo dell’amicizia tra i due protagonisti (complice anche l’assenza di carisma dello Utah di Luke Bracey, e la parimenti mediocre prova di Édgar Ramírez) non si avvicina nemmeno al legame, semplice quanto credibile, che univa i personaggi di Keanu Reeves e Patrick Swayze; la love story che coinvolge il personaggio di Bracey e quello di Teresa Palmer, poi, è priva di sviluppo quanto narrativamente pretestuosa. Il sostrato filosofico che animava il film della Bigelow viene in realtà svuotato dei suoi caratteri di base, proprio laddove lo script sulla carta si proponeva di ampliarne le premesse: la cattiva scrittura dei dialoghi impedisce qualsiasi forma di partecipazione emotiva e di sospensione dell’incredulità, in uno spettatore sempre più annoiato dalla roboante e ripetitiva messa in scena del film. Un mero susseguirsi di discrete sequenze action, a descrivere otto “prove” di cui presto si dimenticano i caratteri; in cui la cura della confezione non trova mai il suo complemento in una vera anima cinematografica, in un’organizzazione del materiale che riesca davvero, con efficacia, a raccontare una storia.

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Marco Minniti

 
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